La piccola e media impresa continua a essere l’ossatura del sistema produttivo italiano. Ma in un contesto attraversato da intelligenza artificiale, mercati globali e trasformazioni sempre più rapide, la vera sfida non è difendere un modello: è capire come farlo evolvere. All’Assemblea pubblica del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Cuneo nessuno ne ha messo in discussione il valore. È stato però messo in discussione qualcosa di più profondo: alcuni dei principi con cui quel modello è cresciuto. L’idea che il buon imprenditore debba evitare il debito, non aprire il capitale, accentrare ogni decisione e considerare la prudenza come la principale virtù aziendale. È questo il filo conduttore di “Giovani che vogliono diventare grandi. Il coraggio di crescere, il coraggio di fare impresa”, appuntamento che ha riunito nella sede di via Bersezio imprenditori, manager e istituzioni per confrontarsi sul futuro del sistema produttivo cuneese e italiano. Più che un’assemblea associativa, un laboratorio di idee in cui esperienze diverse hanno letto il cambiamento oltre i luoghi comuni. Ad aprire la riflessione è stato il presidente del Gruppo Giovani Imprenditori, Luigi Giordano, che ha scelto una metafora insolita: la bolla di sapone. È sferica perché quella è la sua configurazione più efficiente. Da qui la provocazione rivolta agli imprenditori: la piccola e media impresa italiana, soprattutto in un territorio come la provincia di Cuneo, rappresenta ancora la forma industriale più efficace per competere?
Giordano parte dai numeri. Il sistema produttivo cuneese resta tra i più solidi del Paese, ma accanto a questi risultati emergono dati che invitano a non accontentarsi. Solo una minima parte delle aziende supera il passaggio generazionale, appena il 9% possiede sedi all’estero, l’80% delle imprese conta meno di cinque addetti e, quando la liquidità supera una certa soglia, la redditività tende persino a diminuire. «Talvolta troppa prudenza diventa inefficienza», osserva.
È da qui che nasce la sua riflessione. «Il nostro problema non è sopravvivere, ma decidere quale futuro costruire da oggi in avanti». Per anni si è identificato il buon imprenditore con chi evita il rischio, non apre il capitale, diffida delle competenze esterne e mantiene il controllo assoluto dell’azienda. Oggi, invece, «l’imprenditore del futuro non è quello che evita i rischi, ma quello che li sceglie meglio». Non una critica al modello della Pmi, ma un invito ad aggiornarne gli strumenti culturali: pianificazione, governance, apertura alle competenze e capacità di programmare il ricambio generazionale. Il presidente di Confindustria Cuneo Mariano Costamagna si rivolge alle nuove generazioni. Racconta di aver sempre cercato di affidare ai giovani responsabilità e spazio decisionale, convinto che il compito di chi guida un’impresa non sia indicare una strada, ma creare le condizioni perché altri possano costruire la propria. Il suo intervento si chiude con le parole di Amilcare Merlo, quasi un passaggio di testimone: «Osate tutto il possibile. Chi non osa non costruirà mai nulla». Il confronto moderato da Hoara Borselli restituisce visioni diverse della crescita. Per Debora Paglieri, amministratore delegato di Paglieri, il vero obiettivo non è aumentare il fatturato, ma garantire continuità all’impresa. «La dimensione non è mai un fine in sé», spiega. Conta investire in innovazione, persone e ricerca, ma soprattutto pianificare. Se c’è un limite dell’imprenditoria italiana, osserva, è proprio la difficoltà a programmare il medio periodo. L’intuizione e la creatività non bastano più: servono metodo, budget e una visione pluriennale, senza perdere quei valori familiari che rappresentano l’identità dell’azienda. Per Antonio Biella, direttore generale di San Bernardo, la parola decisiva è invece “visione”. Nessuna impresa cresce davvero senza un progetto industriale di lungo periodo. Ricorda il percorso di San Bernardo, definita con una felice immagine «la principessa addormentata nel bosco»: quando il gruppo decise di investirvi produceva meno di cento milioni di bottiglie; oggi supera i seicento milioni. «Io il fatturato non lo guardo: guardo le bottiglie che vendiamo, le persone che assumiamo e il valore che riusciamo a costruire». È il racconto di una crescita nata da un sogno industriale prima ancora che da un piano finanziario. Lo sguardo di Federica Sassone, Chief People Officer di Alba Robot, parte invece dal mondo delle startup. Pianificazione, capitale, competenze e proprietà intellettuale sono gli ingredienti indispensabili per scalare. Ma la sua esperienza racconta anche un paradosso tutto italiano: l’azienda cuneese lavora negli aeroporti degli Stati Uniti, della Francia e della Svizzera, mentre fatica ancora a trovare spazio in alcuni grandi scali del proprio Paese. Un caso concreto che, secondo Sassone, dimostra quanto spesso l’innovazione italiana fatichi a essere riconosciuta proprio in Italia. A completare il quadro è Jacopo Drudi, partner di United Ventures, che individua uno dei principali ostacoli alla crescita nella scarsità di strumenti finanziari dedicati alle Pmi. Tra credito bancario, private equity e venture capital rimane infatti scoperta quella fascia di imprese sane che vorrebbero compiere un salto dimensionale ma non trovano interlocutori capaci di accompagnarle. È un vuoto che, secondo Drudi, limita lo sviluppo del tessuto produttivo ben più delle dimensioni aziendali. Il dibattito si allarga poi ai grandi temi del presente: intelligenza artificiale, smart working, costo del lavoro, burocrazia, accesso ai capitali. Le opinioni divergono.
C’è chi considera il lavoro agile uno strumento indispensabile per attrarre competenze e chi teme che possa impoverire la formazione delle nuove generazioni. Tutti, però, convergono su due nodi: il peso della burocrazia e il costo del lavoro continuano a rappresentare un freno alla competitività, mentre l’innovazione richiede un ecosistema capace di sostenere chi sceglie di investire. Più che decretare se la piccola impresa debba restare tale o diventare grande, l’assemblea dei Giovani Imprenditori consegna dunque un messaggio diverso. La vera sfida non è difendere un modello per tradizione, ma renderlo capace di evolversi. Perché la forza della Pmi non sta soltanto nelle dimensioni, ma nella capacità di continuare a cambiare senza smarrire ciò che l’ha resa, finora, uno dei pilastri dell’economia del Paese.
Il coraggio di crescere «Scegliere il cambiamento»
L’Assemblea dei Giovani Imprenditori di Confindustria Cuneo rilancia il confronto su governance, capitale e innovazione


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