Ci sono sere in cui la musica non è soltanto un insieme di note che fluttuano nell’aria bollente dell’estate, ma diventa la colonna sonora di una rivoluzione silenziosa. Succede quando un festival decide di onorare fino in fondo la parola che porta nel nome, creando un impatto ravvicinato tra mondi che troppo spesso viaggiano su binari paralleli: la grande arte e la dignità umana.
Siamo abituati a pensare a “Collisioni” come al festival agri-rock che unisce letteratura, musica e gastronomia sotto il cielo delle Langhe. Ma c’è una collisione molto più profonda, invisibile agli occhi dei più, che si consuma dietro le quinte ed è quella tra il dovere della legge e la spontaneità del cuore.
L’ho vissuto sulla mia pelle, come inviato della rivista IDEA, in una giornata segnata da un caldo torrido, in attesa di ascoltare il blues intimo e potente di Ben Harper.
La bellezza di non sentirsi “un favore”
Chi vive una condizione di disabilità o si occupa di diritti civili lo sa fin troppo bene: muoversi in Italia per assistere a un grande evento è
spesso un’odissea fatta di chiamate a vuoto, risposte evasive e promesse che si sciolgono al sole. Questa volta no. È bastato un contatto d’ufficio e la macchina organizzativa si è messa in moto con una naturalezza disarmante.
Non si è trattato di quel pietismo paternalistico che spesso maschera l’inefficienza. È stata pura, cristallina competenza.
Quello che ho ricevuto a Collisioni non è stato un trattamento di favore. È stato semplicemente il rispetto di ciò che la legge italiana prevede, ma che quasi nessuno – a parte la straordinaria eccezione della Reggia di Venaria – si prende la briga di applicare davvero.
Trovare un parcheggio riservato e accessibile senza dover combattere, ricevere acqua e ristoro per contrastare l’afa asfissiante, essere accompagnati a un posto dedicato che non fosse una piccionaia isolata dal mondo, ma il cuore pulsante dell’evento. E soprattutto, non essere lasciati soli: trovare compagnia, presenza, sguardi che ti riconoscono come persona e come professionista, prima che come “categoria da sistemare”.
L’arte della gentilezza: il fattore umano
Dietro a un’organizzazione perfetta ci sono sempre i volti delle persone. In questa serata magica, quel volto ha avuto il nome di Veronica dell’ufficio stampa, e insieme a lei, quello di tutto lo staff del festival.
Muoversi con quella grazia e quella tempestività in mezzo al caos controllato di un festival internazionale richiede una dote rara: l’empatia professionale. Saper accogliere, saper anticipare il bisogno, saper tendere la mano con il sorriso di chi sta facendo la cosa più naturale del mondo, e non un faticoso strappo alla regola. Questa è la classe che non si impara nei manuali di public relations, ma che si possiede nell’anima.
Quando la cultura fa cultura
Se la cultura è lo strumento che usiamo per capire il mondo e migliorarlo, allora
Collisioni ha vinto la sua scommessa più alta. Non basta mettere un premio Nobel su un palco o far vibrare le corde di una chitarra leggendaria se poi, sotto quel palco, lo spazio non è di tutti e per tutti.
La vera cultura si fa inclusione quando abbatte l’architettura dell’indifferenza. La terra del Barolo e di Alba ha dimostrato che si può fare grande impresa culturale senza smarrire l’umanità, che si può gestire la complessità logistica di migliaia di persone ricordandosi del singolo.
Mentre le note di Ben Harper graffiavano la notte, ho capito che la bellezza di quella musica non arrivava solo dal palco. Arrivava da dietro, dai dettagli, dalla certezza di essere esattamente dove dovevo essere, trattato con la dignità che spetta a ogni cittadino. Collisioni fa entrare in collisione i cuori. E lo fa per davvero, in ogni campo.
Massimiliano Caramazza


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