
«Non sono partita per fare carriera. Sono partita per un Erasmus». È forse questa la frase che racconta meglio la storia di Giulia Albertini. Oggi la ricercatrice saluzzese lavora a Bruxelles ed è stata premiata dalla Queen Elisabeth Medical Foundation per uno studio che contribuisce a comprendere il funzionamento delle prime terapie capaci di rallentare il decorso dell’Alzheimer. Più del premio, però, colpisce il percorso. Una famiglia di farmacisti, il liceo Bodoni, l’Università di Pavia e una tesi all’estero che cambia il corso della vita. Da allora sono arrivati il dottorato, Parigi e il ritorno in Belgio, dove oggi svolge attività di ricerca in uno dei principali centri europei dedicati alle malattie neurodegenerative. Con lei abbiamo parlato del riconoscimento ricevuto, delle prospettive aperte dalla ricerca sull’Alzheimer e di cosa significhi costruire il proprio futuro scientifico lontano dall’Italia.
Quando ha saputo di aver vinto il premio della Queen Elisabeth Medical Foundation, che cosa ha provato?
«Una sorpresa enorme. Conoscevo già la Fondazione perché durante il dottorato avevo partecipato ad alcune cerimonie dedicate ai progetti finanziati, ma questa volta il riconoscimento era assegnato direttamente al nostro lavoro. Sapere che avrebbe portato anche 125mila euro destinati alla ricerca è stata una soddisfazione ancora più grande».
Se le avessero detto, quando frequentava il liceo a Saluzzo, che un giorno avrebbe lavorato nei laboratori di Bruxelles, ci avrebbe creduto?
«Assolutamente no. Vengo da una famiglia di farmacisti e pensavo che quella sarebbe stata anche la mia strada. Mi sono iscritta a Farmacia a Pavia con quell’idea. La ricerca è arrivata quasi per caso».
E quel “caso” si chiama Erasmus.
«Esatto. Doveva servire soltanto per la tesi sperimentale. Invece ho scoperto un laboratorio dove mi sentivo nel posto giusto. Mi hanno proposto di restare per il dottorato e ho capito che quella scelta avrebbe cambiato la mia vita».
Di che cosa si occupa oggi la ricerca che è stata premiata?
«Studiamo come funzionano le prime terapie che riescono a rallentare il decorso dell’Alzheimer. Non rappresentano ancora una cura definitiva, ma sono una svolta importante. Il nostro lavoro cerca di capire il ruolo della microglia, cellule fondamentali nei processi infiammatori, per migliorare le terapie attuali e svilupparne di nuove».
Lei è uno dei tanti “cervelli in fuga”. Si riconosce in questa definizione?
«È un’espressione che semplifica una realtà molto più complessa. Io non sono partita per andarmene dall’Italia. Sono partita per un Erasmus. Poi ho trovato un ambiente che mi ha permesso di crescere e fare ricerca con continuità. È questo che ha fatto la differenza».
Che cosa ha trovato in Belgio che in Italia rischiava di non trovare?
«Non conosco abbastanza la ricerca italiana per fare confronti netti, ma qui ho trovato investimenti, laboratori ben attrezzati e un sistema che sostiene davvero la ricerca. Questo rende più semplice trasformare un’idea in un progetto concreto».
C’è mai stato un momento in cui ha pensato di mollare tutto e tornare a casa?
«I momenti difficili esistono: esperimenti che non funzionano, pubblicazioni respinte, la distanza dalla famiglia. Però la curiosità scientifica e la possibilità di lavorare in un ambiente che mi ha dato fiducia hanno sempre avuto la meglio. La passione è stata più forte della nostalgia».
Che cosa direbbe oggi alla Giulia che preparava la valigia per quell’Erasmus convinta che sarebbe durato pochi mesi?
«Le direi di partire senza paura e di essere curiosa. A volte sono proprio le deviazioni a cambiare la direzione della vita. Quel viaggio doveva durare pochi mesi e invece mi ha fatto scoprire il lavoro che continuo ad amare ogni giorno».
Quindici anni dopo, Giulia Albertini continua il suo percorso nei laboratori di Bruxelles, contribuendo a una delle sfide più importanti della medicina contemporanea. Una carriera nata quasi per caso e cresciuta grazie a un ambiente capace di investire nella ricerca e nelle persone. La dimostrazione che il talento, per esprimersi fino in fondo, ha bisogno di opportunità almeno quanto di studio e determinazione.


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