C’è stato un momento in cui Chiara Saraceno ha forse creduto che qualcosa potesse realmente cambiare nella scuola italiana e nell’approccio al calendario durante il periodo estivo. è accaduto quando a capo del governo c’era Paolo Gentiloni e ministra dell’Istruzione era Valeria Fedeli (scomparsa lo scorso gennaio), tra il 2016 e il 2018. «Ci incontrammo per condividere le nostre visioni. Ma si trattò di un breve confronto, che non portò a nulla».
La professoressa Saraceno ha insegnato Sociologia della famiglia all’Università di Torino, è professoressa emerita presso il Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino, membro onorario del Collegio Carlo Alberto di Torino. Si è sempre occupata di mutamenti familiari e politiche della famiglia, della condizione femminile con particolare attenzione per tempi di lavoro, sistemi di welfare e politiche di contrasto alla povertà. La questione delle scuole aperte in estate, compresa la proposta della riapertura al 31 agosto, le sta particolarmente a cuore.
Da dove nasce questa attenzione?
«Dall’osservazione di quello che succede davvero durante l’estate. Ci sono bambini privilegiati con genitori che possono permettersi di mandarli a fare cose interessanti: un po’ di scuola estiva, un campeggio, un’esperienza all’estero per imparare una lingua, poi le vacanze vere, magari anche con i nonni. Sono già percorsi faticosi da organizzare, ma almeno i ragazzi non sono lasciati a se stessi. Per i più svantaggiati è diverso: spesso costretti in case e strade che d’estate diventano bollenti, senza avere stimoli, senza attività. C’è una perdita di apprendimento molto grande, più difficile da recuperare di quanto si pensi».
Quanto incide concretamente?
«È dimostrato che chi durante l’estate non viene stimolato da nessuna curiosità, arretra. E più si arretra, più è difficile recuperare. Mentre chi può fare cose interessanti (non necessariamente chi è più ricco, dipende dalla cultura familiare) torna a settembre con una marcia in più. L’estate diventa così un amplificatore visibile delle disuguaglianze, non solo tra famiglie adulte, ma tra bambini».
Questo problema è noto da decenni, perché non è mai stato affrontato?
«Perché siamo un Paese che fa fatica a pensare davvero che i tempi siano cambiati. Quando ero piccola, più di ottant’anni fa, le vacanze duravano quattro mesi. Non eravamo ricchi, ma si andava in montagna e si stava lì a lungo. Ma accadeva al 15-20% delle famiglie, quindi anche allora c’era un problema serio. La differenza è che oggi le mamme lavorano, i nonni non sempre ci sono o non hanno gli strumenti giusti e si continua a ragionare come se la struttura familiare del dopoguerra fosse ancora quella. Non lo è».
C’è anche un problema culturale, quindi?
«Profondo. Nelle classi i banchi sono disposti allo stesso modo di ottant’anni fa, gli edifici sono spesso identici. Il ritmo scolastico è rimasto antico in un mondo che è cambiato completamente. Siamo rimasti praticamente gli unici in Europa con questa concentrazione di vacanze estive. In Svizzera fanno un mese, poi tornano. In Francia ci sono periodi più brevi ma distribuiti. In Germania idem. Ogni tanto da noi qualcuno propone di spostare l’inizio a settembre inoltrato per allungare la stagione turistica e non per i bisogni dei bambini. Questo dice tutto».
Quali ostacoli concreti vede a un cambiamento?
«Ce ne sono diversi. Le strutture scolastiche spesso non sono adeguate: d’inverno fa freddo, d’estate fa caldo, tenerci i bambini non è ovunque praticabile. C’è anche una resistenza sindacale comprensibile: gli insegnanti organizzano la loro vita familiare su quel calendario, hanno figli anche loro. Io dico, paghiamo meglio gli insegnanti, ma coinvolgiamoli in questo cambiamento. Poi c’è il problema degli spazi: anche quando non c’è scuola, i bambini dovrebbero avere luoghi sicuri, stimolanti, accessibili. è un tema di politica pubblica, di diritti, di pari opportunità».
Confartigianato Cuneo sta raccogliendo firme per fare come in Emilia Romagna e aprire a fine agosto.
«è un segnale positivo. Ma non dovrebbe dipendere solo dall’iniziativa dei privati o dalla buona volontà di singole amministrazioni. Dovrebbe essere una scelta di sistema. Per fortuna, rispetto a qualche decennio fa, nel centro-nord qualcosa esiste: tra comuni, terzo settore e scuole si riesce a offrire qualcosa. Ma se uno guarda quanto partecipano davvero questi ragazzi, spesso è una settimana, due settimane. Poi cambiano attività. Non è abbastanza».
Quale sarebbe il primo passo da fare per rompere l’immobilismo?
«Cambiare per prima cosa il calendario scolastico, partendo dai ritmi dell’apprendimento, non dagli interessi del turismo. E contestualmente investire in luoghi e attività per quando la scuola non c’è, pensando che i bambini non hanno tutti genitori o nonni disponibili e attrezzati. È una seria questione di benessere delle giovani generazioni. Come tale, dovrebbe essere una priorità di politica pubblica, non solo una buona pratica affidata al volontariato. Speriamo che ci sia presto un cambio di passo».


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