Vivevano a Trinità. Facevano le sarte in casa: un lavoro importante, di grande perizia, che non concedeva tregua. Era tutto un continuo adoperarsi per ultimare corredi, rifinire abiti da sposa, cucire pantaloni per qualche monsù desideroso di fare un figurone alla festa del paese. Erano rinomate per i ricami: mani sapienti che sapevano adornare i tessuti con grazia e precisione.
Sempre pronte a rivedere l’orlo di una gonna o a impreziosire la decorazione di un lenzuolo, come se non bastasse il lavoro che già avevano. Nella loro casa-atelier era un incessante via vai di gente frettolosa, bisognosa di una riparazione veloce o di un abito da ritoccare. Le Nete erano molto devote: non mancavano mai alla messa di “Don Arci”, il prete di Trinità, così soprannominato dai buontemponi della banda Arci Gola di Bra. Ma le gemelle, forse per intercessione divina, possedevano anche un dono raro: quello della musica. L’arte dei suoni si impossessò di loro, guidandole a suonare ad orecchio la chitarra e il mandolino. Fu questo miracolo a rendere la loro vita più luminosa, più viva, più sorprendente. Si esibivano tra una festa nuziale e un pranzo di comunione; in passato avevano rallegrato le feste della leva di tanti loro conterranei. Quando iniziavano a suonare, non si fermavano più: tiravano avanti fino a notte inoltrata, instancabili.
Quando Carlo Petrini sentì parlare delle Nete, volle conoscerle, ascoltarle. E appena presero gli strumenti e iniziarono a strimpellare, fu amore a prima vista. Le loro canzoni attraversavano il repertorio popolare con una genuinità disarmante. Tanto fu l’entusiasmo che, nel 1980, le portò a Sanremo, al Premio Tenco. Si può immaginare la loro gioia e quella dei compaesani: fu un tripudio. Trinità, per un attimo, al centro del mondo. Le gemelle, figlie della pianura, si ritrovarono a cantare accanto ai grandi cantautori. La notizia corse veloce come il vento e arrivò perfino in chiesa: “Don Arci” dedicò un sermone a quel piccolo miracolo che Sanremo aveva concesso a San Giorgio della pianura. Arrivarono al Casinò “bardatissime”, eleganti a modo loro: rossetto acceso, trucco marcato, colori sgargianti. Entrarono sicure, tranquille, come se stessero andando a uno dei tanti matrimoni di borgata. Si sedettero davanti al pubblico e iniziarono a suonare: brani degli anni Venti e Trenta. Inutile dirlo, fu un successo strepitoso. Incantarono artisti e spettatori, e poi si fece festa fino a notte fonda. D’altronde era inevitabile: far crollare le Nete era una missione impossibile. Erano capaci di suonare tutta la notte e poi sedersi a tavola, fresche come rose, pronte a gustare cibi e, perché no, a dar vita a vivaci discussioni. Non passò un anno che Renzo Arbore le volle nella sua popolare trasmissione “Cari amici vicini e lontani”, dove interpretarono niente meno che la sigla d’apertura, “Un bacio a mezzanotte”. Fu un successo da grandi star. Le Nete fecero il salto nel nazional-popolare: tutti le volevano. I giornali cercavano interviste, le televisioni le accoglievano con entusiasmo, il pubblico si innamorava della loro simpatia schietta. Indimenticabile fu l’incontro con Renato Guttuso. Sentirono Arbore rivolgersi a un signore elegante chiamandolo “maestro” e, incuriosite, chiesero: «Maestro di che cosa?».
Lui rispose con garbo: «Dipingo, un po’».
E loro, semplici e sincere: «Bravo, fa bene!». Con chitarra e mandolino. Ancora oggi, in qualche angolo sperduto del mondo, risuonano i loro ritornelli:
“Ogni stella in ciel sarà la mia stella,
mezzanotte per amar, mezzanotte per sognar”…
L’ascesa delle gemelle Nete
Vivevano a Trinità, facevano le sarte in casa ma avevano anche talento per la musica. “Un bacio a mezzanotte” le rese celebri


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