Che cosa rende un luogo davvero educativo? È una domanda che accompagna da anni il lavoro di Ana Dias-Chiaruttini, professoressa dell’Université Toulouse Jean Jaurès, direttrice del laboratorio Efts – Éducation, Formation, Travail, Savoirs e membro del Comitato Scientifico del Rondò dei Talenti. Studiosa del rapporto tra scuola, cultura e comunità, ha scelto di dedicare una parte della propria ricerca ai terzi luoghi educativi, spazi che, pur non essendo né casa né scuola, favoriscono relazioni, partecipazione e crescita. Negli ultimi quattro anni ha seguito da vicino anche l’esperienza del Rondò dei Talenti, diventata, insieme a Cascina Oremo di Biella, oggetto della ricerca di dottorato di Sabina Barbato. Al Festival dell’Educazione guiderà una Summer School dedicata proprio a questi temi, raccontando perché il modello cuneese rappresenti oggi un caso di studio osservato con interesse anche a livello internazionale.
Perché il Rondò dei Talenti è diventato un caso di studio per la sua ricerca sui terzi luoghi educativi?
«Da anni studio il rapporto tra scuola e istituzioni culturali e, attraverso questo percorso, sono arrivata ai terzi luoghi: spazi che dialogano con la scuola ma rispondono anche a bisogni sociali, culturali ed educativi che altre istituzioni non intercettano. Quando sono entrata nel Comitato Scientifico del Rondò ho capito di trovarmi davanti a un’esperienza particolare: un luogo che accompagna bambini, ragazzi, famiglie e anziani in un percorso di crescita comune. Per questo ho proposto alla mia dottoranda Sabina Barbato di studiarlo insieme a Cascina Oremo di Biella. Il Rondò rappresenta un modello capace di rinnovare il modo di intendere l’educazione».
Che cosa distingue il talento coltivato al Rondò?
«Non abbiamo ancora studiato gli effetti prodotti dal Rondò, ma gli elementi raccolti sono molto interessanti. Qui il talento non viene considerato una qualità individuale riservata a pochi. Ognuno scopre le proprie capacità, ma soprattutto impara a metterle in relazione con quelle degli altri. È nelle attività condivise che il talento acquista valore, diventando uno strumento per crescere insieme e contribuire alla comunità».
Perché il Rondò dei Talenti rappresenta un caso di studio così interessante?
«Perché è un terzo luogo educativo capace di mettere in relazione scuola, famiglie e comunità. Non risponde a un solo bisogno, ma accompagna le persone nella crescita e valorizza i talenti di ciascuno. Per questo è diventato oggetto di una ricerca internazionale: non è un modello da copiare, ma un’esperienza da cui lasciarsi ispirare».
Che cosa rappresenta oggi il Rondò dei Talenti?
«Oggi è una comunità di apprendimento e partecipazione. Il talento non è visto come una qualità individuale, ma come una risorsa che cresce nell’incontro con gli altri. Il Rondò affianca la scuola, crea relazioni e offre a bambini, ragazzi e famiglie uno spazio in cui crescere insieme».
Dalla teoria alla pratica: se Ana Dias-Chiaruttini racconterà il valore dei terzi luoghi educativi, Lorenzo Tedeschi illustrerà come questi principi possano trasformare concretamente gli spazi urbani, prendendo spunto dall’esperienza di Bologna. Che cosa significa progettare una città a misura di bambini?
«Significa partire dai loro bisogni per migliorare la qualità della vita di tutti. Quando uno spazio funziona per un bambino, spesso funziona meglio anche per anziani, famiglie e persone con fragilità. I bambini diventano una lente attraverso cui ripensare la città».
Come nasce l’esperienza delle piazze scolastiche di Bologna?
«L’idea era già presente prima della pandemia, ma quel periodo ne ha accelerato lo sviluppo. Abbiamo utilizzato strumenti di urbanistica tattica: interventi leggeri, economici e facilmente modificabili. I risultati sono stati così positivi che molte sperimentazioni sono diventate interventi permanenti».
Che ruolo hanno bambini e ragazzi?
«Non li consideriamo semplici destinatari delle decisioni. Sono cittadini a tutti gli effetti. Attraverso percorsi di ascolto e co-decisione abbiamo cercato di capire come immaginassero questi spazi e molte delle loro idee sono entrate concretamente nei progetti».
Come si misura il successo di un intervento urbano?
«Attraverso l’osservazione. Abbiamo adottato un metodo basato su conteggi, analisi dei flussi, fotografie e questionari realizzati prima e dopo gli interventi. Non per giudicare, ma per capire che cosa cambia davvero nell’utilizzo degli spazi».
Che cosa edivenziano i numeri?
«In una delle piazze scolastiche monitorate l’utilizzo dello spazio è aumentato dell’87% nelle ore del mattino e addirittura del 270% nei fine settimana. È il dato che più ci ha colpiti, perché dimostra che quello spazio non è diventato soltanto un luogo per la scuola, ma un luogo della città».
C’è un episodio che racconta bene questo percorso?
«In uno dei progetti i ragazzi hanno scelto di scrivere la parola “ciao” in tredici lingue diverse. È un dettaglio, ma racconta bene il loro modo di immaginare lo spazio pubblico: aperto, inclusivo e capace di rappresentare chi lo vive ogni giorno».
Qual è il ruolo della scuola?
«È fondamentale. In tutte le esperienze che abbiamo realizzato la differenza l’hanno fatta gli insegnanti disposti a mettersi in gioco anche oltre il proprio ruolo tradizionale. Spesso sono loro a rendere possibile il cambiamento e a costruire il collegamento tra scuola, famiglie e territorio».
Due prospettive diverse, un’unica convinzione: educare significa anche progettare luoghi in cui le persone possano incontrarsi, crescere e sentirsi parte di una comunità.
«Educare è costruire luoghi» Dal talento alla città
Un viaggio tra pedagogia, comunità e partecipazione attraverso l’esperienza di un modello osservato anche a livello internazionale


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