Il piemontese, memoria viva anche per il mondo economico

Al Sociale di Alba per Confindustria Cuneo, lo storico Pierangelo Gentile ha portato il suo contributo ampliando il quadro anche sul versante socioeconomico

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Ad Alba la lingua piemontese è tornata protagonista non come semplice repertorio di parole antiche, ma come chiave per leggere la storia sociale, economica e culturale del territorio. È accaduto in occasione dell’assemblea di Confindustria Piemonte e Confindustria Cuneo al teatro Sociale “Giorgio Busca”. Nei contributi dello storico Pierangelo Gentile (foto pagina a destra) e dell’attore e performer Paolo Tibaldi (foto a fianco), sul palco per la parte storica del “Made in Italy, made in Piemonte”, il dialetto e la storia si intrecciano. Tra citazioni di Cavour e di Giolitti e delle origini dell’industria in Piemonte, l’idioma diventa un archivio di lunga durata: racconta il lavoro, la fatica, le migrazioni, l’industria e persino le trasformazioni del gusto e dei con­sumi. Significativo l’avvio del­­l’in­tervento di Tibaldi: «Per quanto travàj significhi ormai lavorare, il suo significato etimologico è molto più ampio e, se vogliamo, infausto. In latino tripaliare significa “martirizzare”, giacché il cosiddetto tripalium era uno strumento di tortura medievale composto da tre pali destinati a trafiggere i condannati. Travaglio è sinonimo di sofferenza, tormento, patimento fisico o spirituale. È chiamato così anche il tempo che precede il parto. Lavorare per creare qualcosa (qualcuno) che somiglia a chi lo ha messo al mondo. Una parola così antica, Travaglio, che ancora oggi risulta un cognome piemontese diffuso. Lo sguardo sul mondo della lingua piemontese è dato anche dalla risposta che ricevevo dai miei genitori all’entusiasta comunicazione di aver preso un buon voto a scuola: «T’hai mach fa o tò travàj (Hai solo fatto il tuo lavoro)». Mitico è il cosiddetto travàj dër pento (lavoro del pettine), un impegno faticoso e ostico in relazione all’esiguo risultato ottenuto».
Tibaldi è partito dal lessico e dalle sue stratificazioni. Le parole piemontesi, spiega sul palco, non sono mai soltanto vocaboli: custodiscono mestieri, gerarchie, consuetudini e forme di vita. Il piemontese, nella sua ricchezza di modi di dire e sfumature, restituisce il rapporto concreto fra persone e lavoro, fra campagna e officina, fra lingua quotidiana e identità collettiva. In questa prospettiva, l’idioma non è un residuo folklorico, ma uno strumento per riconoscere una civiltà che ha saputo nominare con precisione il proprio mondo.
Gentile ha ampliato il quadro sul versante storico. La nascita della modernità piemontese viene ricondotta alla lunga transizione dalla civiltà contadina all’industria, con il Piemonte che si muove precocemente verso la manifattura, il commercio e l’organizzazione del lavoro. La seta, i setifici, i mulini, le officine, la meccanica e l’automobile segnano una traiettoria che non è solo economica, ma anche politica e sociale. Dentro questa evoluzione si colloca la figura di Giovanni Giolitti, letta come simbolo di un Piemonte capace di interpretare il valore del lavoro e della modernizzazione senza cancellare le proprie radici.
Un punto forte degli interventi è il legame tra storia e lingua. Tibaldi ha mostrato come il piemontese abbia conservato tracce di un’economia concreta: i termini legati alla seta, ai mercati, ai mestieri e alla vita rurale raccontano un territorio in cui l’industria nasce spesso dalla campagna e dall’acqua. Gentile, dal canto suo, inserisce questa eredità dentro una narrazione più ampia che va dall’età liberale al primo Novecento, quando Torino diventa uno dei centri della modernità italiana. Il risultato è un racconto in cui la lingua non descrive soltanto il passato: lo rende visibile.
Molto efficace anche il modo in cui entrambi hanno richiamato gli idiomi piemontesi come forma di pensiero. Espressioni, proverbi e locuzioni non servono solo a colorire il discorso, ma a fissare un’etica del lavoro, della misura e della resilienza. Il piemontese, in questo senso, è lingua di mestiere e di memoria, ma anche lingua di ironia, autoironia e appartenenza. È qui che la dimensione storica si salda con quella culturale: ogni parola, in fondo, racconta una comunità.
Nel complesso, gli interventi di Tibaldi e Gentile hanno offerto un ritratto convincente del Piemonte come terra che ha fatto del lavoro una cifra identitaria e della lingua un deposito di esperienza. Un patrimonio che non appartiene soltanto al passato, ma continua a parlare al presente.