Quando arrivarono su, quella mattina, Elio Altare, Sergio Germano e gli altri barolisti non erano venuti per cortesia. Erano saliti fino a Serravalle Langhe perché cercavano qualcuno con coraggio — e un po’ d’incoscienza — disposto a rischiare su un’idea che odorava di terra e di futuro: riportare in vita il Liseiret, un vitigno sopravvissuto per caso nelle pieghe più alte della Langa. Trovarono Matteo Fenoglio davanti alla sua piccola cascina, tra i noccioleti che scendono verso il bosco. Dentro, Selenia preparava la colazione alle figlie, Celeste ed Elena.
Altare parlò poco, Germano ancora meno. Davanti alla moka, spiegarono il progetto, la necessità di qualcuno che non fosse uno dei soliti grandi nomi della vitivinicoltura locale. Qualcuno libero, disposto a mettersi in gioco. Matteo li ascoltò, poi disse: «Io non sono nato vignaiolo, ma non ho paura di imparare. Ho piantato, sbagliato, ripiantato. Se c’è da provarci, ci provo. Magari sbaglio ancora, ma almeno ci metto la faccia».
Si salutarono davanti alla cascina, con quella stretta di mano che pesa più di un contratto. Matteo rientrò verso casa, i barolisti ripresero la strada sterrata. Fu solo allora, quando Matteo non poteva più sentirlo, che Altare rallentò un passo, si voltò appena verso i compagni di viaggio e sussurrò: «L’è col giust». Non un’investitura. Un riconoscimento. Una certezza detta piano, come si dicono le cose che contano davvero.
Attorno alla cascina, le colline alte respiravano lente. Terre considerate marginali, e che invece in questi anni avevano conosciuto il successo dell’Alta Langa, scoprendosi capaci di futuro. E non solo qui: anche a Dronero, all’imbocco della Valle Maira, dove la viticoltura sembrava scomparsa, qualche filare superstite continuava a resistere come un ricordo ostinato.
Il Liseiret sembrava fatto apposta per questo nuovo tempo. Matteo lo racconta così: «È un vitigno che non molla. Tiene l’acidità, non chiede niente. È come certa gente di qui: non fa rumore, ma resta in piedi». Poi sorride: «Per ora lo spumantizziamo. Poche bottiglie, qualche migliaio. Ma ogni inizio è un seme, e i semi non vanno sprecati».
Una quindicina di giovani produttori, tra Alta Langa, Alta Valle Tanaro, Valle Bormida e fino a Dronero, ha scelto di rimettere mano a terreni che la fatica aveva lasciato andare. «Siamo pochi, ma testardi», dice Matteo. «E quando la terra sente che ci credi, ti risponde».
L’associazione nata attorno al vitigno ha dato ordine a quell’entusiasmo: un’identità condivisa, un percorso istituzionale, un dialogo con comuni e Regione. Anche la Fiera del Tartufo d’Alba è entrata nel raggio d’azione: una masterclass in cantiere, incontri, degustazioni. «Non è facile entrare in quel programma», ammette Matteo. «Ma se non bussi, nessuno apre».
E mentre il vino torna nei calici, entra anche nelle storie: un romanzo ambientato nelle Langhe lo userà come traccia simbolica, un indizio che lega mistero e paesaggio. Matteo ride: «Un’uva che stava per sparire e adesso finisce pure nei libri. Direi che si difende bene».
Forse è questo il destino del Liseiret: non essere un vino salvato, ma un vino che salva. Salva un’idea di futuro nelle terre alte. Salva la possibilità di restare. Salva la voce di chi, come Matteo e gli altri quindici, ha scelto di credere che da queste colline possa ancora nascere qualcosa che vale.
La rinascita del Liseiret, il vitigno che sa di Alta Langa
Matteo Fenoglio racconta una scommessa vinta: «Tiene l’acidità, non chiede niente. è come certa gente di qui, non fa rumore ma resta in piedi»


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