«Algor, esempio da seguire. Ora cresce anche all’estero»

Giancarlo Rocchietti, presidente del Club degli Investitori e giurato dell’Ancalau, cita l’esempio della startup premiata nel 2021

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Il momento centrale del Premio Ancalau, quello che concluderà l’evento domenica 21 giugno, è racchiuso nell’assegnazione del premio Start-up Giovani 2026. A scegliere i vincitori, una giuria consolidata e fondata su competenze solide, come quelle di Giancarlo Rocchietti, imprenditore, business angel e presidente del Club degli Investitori.

Come nasce il suo legame con il Premio Ancalau?
«Io e Silvio Saffirio siamo amici da quasi quarant’anni. Lavoravamo tutti e due nel settore dei media, io sulla parte tecnologica e lui sui contenuti. Poi ho fondato il Club degli Investitori, che ha l’obiettivo di supportare i giovani imprenditori italiani con idee da sviluppare. Partecipiamo come giurati nel processo di selezione delle migliori startup. Come Club abbiamo sempre avuto una vocazione internazionale, però siamo anche molto radicati al territorio e cerchiamo di restituire quello che possiamo. L’Ancalau è una manifestazione unica, rappresentativa di certe caratteristiche tipiche del Cuneese: forte radicamento territoriale di pari passo con uno sviluppo tecnologico e industriale».

Le startup però arrivano da tutta Italia?
«Sì, pur essendo un evento molto legato al territorio. Molti imprenditori della nostra generazione, i baby boomer, difficilmente lasciano le aziende ai figli, la maggior parte le vende, ma queste aziende prima o poi scompaiono. Chi ha avuto fortuna, monetizza la cessione. Allora pensiamo sia giusto restituire parte di quel capitale, non solo economico, per aiutare i giovani a sviluppare le loro idee».

Di startup si parla da tempo. Qual è attualmente il profilo del giovane imprenditore italiano?
«Oggi si chiama “founder”, ma preferisco definirlo imprenditore. Emerge la figura dell’imprenditore “seriale”: costruisce un progetto, lo vende, ne fa un secondo: la startup è un pezzo di vita che si può cambiare, c’è un mercato ampio. È sostanzialmente il destino di quasi tutte le iniziative di successo, a meno che non si quotino in borsa».

Lei sostiene che l’imprenditore oggi deve essere “filosofo dell’innovazione”. Cosa significa?
«Quando ho iniziato a investire, si pensava che per fondare una startup tech bisognasse essere tecnici o guru dell’informatica. Non è più così. Devi avere capacità di sintesi, visione, leadership: una testa che sappia tenere insieme chimica, matematica, fisica, ma anche psicologia e filosofia. Un filosofo dell’innovazione però deve anche fare i conti».

L’intelligenza artificiale sta abbassando l’età di ingresso nel mondo delle startup?
«C’è questa percezione, ma non creiamo equivoci. È vero che usare l’AI per fare coding senza essere programmatori è tecnicamente possibile, ma non risulta che questo stia riducendo i posti di lavoro degli sviluppatori. Facebook, tanto per fare un esempio, ha sì licenziato ottomila persone, ma negli ultimi anni ha più che raddoppiato il numero complessivo dei collaboratori. Per ora vedo l’AI soprattutto come uno strumento per lavorare più in fretta. Non un sostituto dell’imprenditore».

C’è qualche caso di startup locale che l’ha colpita particolarmente?
«Sì, Algor, azienda che sviluppa algoritmi per aiutare gli studenti a studiare, con mappe mentali e strumenti di lavoro digitali. Aveva vinto l’Ancalau 2021 quando ChatGpt non esisteva e aveva una vocazione sociale: aiutare gli studenti con difficoltà di apprendimento. Poi hanno scoperto che quegli algoritmi funzionavano per tutti. Oggi Algor fattura 4-5 milioni, è in crescita sul mercato internazionale e si è ritagliata una nicchia interessante».

La qualità media dei progetti migliora nel tempo?
«L’idea c’è, il problema è la tecnica. A questi ragazzi manca spesso la capacità di presentare il progetto, di capire cosa vuol dire fare davvero un prodotto sul mercato. Per questo abbiamo fondato Enter Academy: un programma formativo filantropico, sostenuto dalla Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione Crt, in cui non c’è un docente che fa lezione ma una dozzina di imprenditori che raccontano i loro casi in tre giorni di lavoro di gruppo».

Portarsi a bordo un investitore è impegnativo?
«Più che in un matrimonio: devi scegliere bene il tipo di investitore, come presentarti, sapere che stai vendendo la tua azienda come venderesti un prodotto. È un mondo con grande selezione».

Guardando avanti, quali sono i settori più promettenti?
«Le innovazioni sono come le onde del mare: se le prendi troppo tardi ti passano sotto, se le prendi troppo presto ti travolgono. L’imprenditore di successo deve saper leggere quale onda cavalcare. Ora il mercato della difesa e dell’aerospazio è ovviamente in grande crescita in Europa, ma c’è un tema etico importante che ognuno deve porsi. Altre onde sono invece già passate: penso alla plant-based meat o alla carne sintetica. Il suggerimento che do sempre è: usate il territorio come incubatore, ma non abbiate paura di andare nel mondo a vendere la vostra idea».