Due anni fa Alice Cerutti fu indicata da Slow Food tra le “Donne che salvano la terra”. Due anni dopo si può affermare che un contributo concreto lo ha davvero portato. Ha trasformato la risaia ereditata dal nonno nel Vercellese, Cascina Oschiena, in un laboratorio naturale di agricoltura rigenerativa e biodiversità, ben oltre la coltivazione del riso. Nel weekend del 20-21 giugno a Bosia, all’imprenditrice vercellese verrà consegnato il Premio Ancalau “lavoro&ambiente” (mentre la Targa Idea Arlevé, sul tema del passaggio generazionale nelle imprese, andrà a Serena Tosa).
Prima di tutto, quando aveva conosciuto Carlo Petrini?
«Anni fa grazie a Slow Food Vercelli. L’ho incontrato anche quando abbiamo cominciato a immaginare insieme un movimento Slow Rice, che poi si è concretizzato e che voglio continuare ad alimentare. Fare rete è il filo conduttore di tutto quello che faccio da quando ho scelto di cambiare vita e di dedicarmi alla coltivazione del riso».
Cascina Oschiena come è diventata quello che è oggi?
«Fin dall’inizio ci è sembrato fondamentale coltivare in vera sinergia con l’ambiente. Abbiamo capito che, davanti a una perdita di biodiversità così oggettiva, era necessario restituire qualcosa. E abbiamo scoperto che si può coltivare in modo produttivo restituendo all’ambiente: non è un’utopia, funziona sul piano pratico».
In che modo avete assistito a questa trasformazione?
«Abbiamo destinato un terzo della superficie aziendale, sette ettari, alla ricostituzione di un bosco planiziale, l’unico nella zona. Abbiamo ricreato laghi, stagni, zone umide e prati umidi. La risposta della natura è stata immediata: il bosco è diventato una garzaia. Sono tornati uccelli di risaia che negli ultimi quindici anni erano diminuiti dell’ottanta per cento, cifra spaventosa. Ma non solo uccelli: farfalle e libellule in lista rossa come l’Alcina dispar e la Sympetrum pedemontana (la “farfallina delle paludi”) e persino la Marsilea, un quadrifoglio acquatico protetto. Si sono ricreati corridoi ecologici che giovano anche alla coltivazione stessa».
La monocoltura non è quindi l’unica soluzione?
«L’idea che si debba sfruttare ogni metro disponibile, che ci sia posto solo per il riso, è il problema di fondo. Non tutti possono realizzare un’oasi come la nostra, lo capisco. Ma mantenere gli argini inerbiti, seminare prati tra una coltivazione e l’altra per la salute del suolo: queste pratiche sono replicabili. L’importante è che ognuno faccia le proprie piccole e grandi azioni».
Una questione culturale?
«Assolutamente sì. Noi teniamo la cascina aperta: abbiamo raduni, visite di scolaresche, collaboriamo con un narratore che conosce il territorio e che viveva qui da bambino. È una condivisione che richiede un investimento soprattutto di tempo, con due figli e ospiti in cascina dal sabato mattina alla domenica sera, la giornata di ventiquattro ore si sente. Ma è parte di un modello multifunzionale necessario anche per la sostenibilità economica dell’azienda».
Ha mai pensato di diversificare le coltivazioni oltre al riso?
«I nostri terreni sono talmente argillosi e soggetti a ristagno idrico che è praticamente impossibile. Ho provato con il farro, ma la resa è minima. Quello che facciamo è seminare ogni anno erbai su tutta la superficie tra un ciclo di riso e l’altro, con piante azotofissatrici come la veccia, per compensare la monocoltura e mantenere la salute del suolo. Da una decina d’anni collaboriamo anche con un pastore che porta millecinquecento pecore nei nostri campi per una quarantina di giorni dopo il raccolto: mangiano i prati che abbiamo seminato e lasciano sostanza organica. Quando mi chiedono quando inizia il ciclo del riso, rispondo: dal raccolto dell’anno prima».
Sono pratiche esportabili anche ad altri settori?
«Ne sono convinta. Con la Regione Piemonte abbiamo partecipato a scambi di buone pratiche con realtà diverse. Ricordo una visita in Francia quindici anni fa: anche loro seminavano sovesci con veccia e fiori di fiordaliso. Le pratiche virtuose si trasferiscono».
Come conciliare lo sviliuppo tecnologico con questa filosofia?
«Non abbiamo costruito nuovi capannoni. Abbiamo ristrutturato tutto il cascinale nel pieno rispetto delle strutture storiche, usando bioedilizia con calce naturale, senza modificare nessuna struttura. Per la fattoria didattica abbiamo utilizzato lolla di riso e canapa naturale. Il punto di partenza è stato il ritrovamento di un cabreo del Settecento, un inventario con i mappali dell’epoca, che mostrava tutti i filari di alberi sugli argini della risaia. Ci siamo detti: facciamolo anche noi. È lì che tutto è cominciato, guardando il passato per costruire il futuro».
In definitiva, ha contribuito a cambiare il mondo?
«Quando cammino nell’oasi sento talmente tante rane che non si riesce a parlare. La mattina presto, sotto la garzaia, c’è un canto degli uccelli di un’armonia meravigliosa. In quei momenti si riscopre davvero la fiducia che si possa fare qualcosa di concreto».


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