Per capire quanto delle politiche ambientali italiane di oggi nasca da intuizioni sviluppate quasi trent’anni fa, basta tornare al 1996: rifiuti in strada, discariche al collasso, qualità dell’aria fuori controllo e un ambientalismo che, per la prima volta, entra davvero nelle stanze del Governo. A Circonomia, il festival internazionale dedicato all’economia circolare e alla transizione ecologica, Edo Ronchi – già ministro dell’Ambiente e oggi presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – ripercorre quella stagione di riforme che ha cambiato il rapporto dell’Italia con i rifiuti, il riciclo e la sostenibilità.
C’è stato davvero un “prima” e un “dopo” Ronchi nelle politiche ambientali italiane?
«Nel 1996, per la prima volta, i Verdi partecipavano al Governo. Venivamo da una cultura di opposizione e di movimento e volevamo aprire una fase nuova per l’ambientalismo italiano, non limitarci all’ordinaria amministrazione».
La grande emergenza di allora erano i rifiuti. Quanto pesò quella situazione nella nascita del decreto Ronchi?
«Pesò moltissimo. C’erano i rifiuti per strada in Campania e circa 60 milioni di tonnellate di rifiuti speciali industriali da gestire senza un quadro normativo stabile. Le discariche si stavano esaurendo e i decreti tampone non bastavano più».
Che cosa introdusse di davvero innovativo quella legge?
«Introducemmo la gerarchia dei rifiuti: prima recupero e riciclo, poi incenerimento e infine discarica. Oggi sembra normale, ma allora non lo era. Inserimmo obiettivi obbligatori di raccolta differenziata e costruimmo il sistema dei consorzi di filiera».
All’epoca ci furono resistenze?
«Moltissime. C’era chi sosteneva che bastasse fare un inceneritore in ogni provincia. Quando imponemmo il 15% minimo di raccolta differenziata molti sindaci dissero che era impossibile. Persino Prodi mi chiese: “Sei sicuro che si possa imporre per legge?”. Oggi quei numeri fanno sorridere, ma allora sembravano rivoluzionari».
Uno degli aspetti più innovativi fu anche il rapporto con le imprese.
«Sì, perché senza il coinvolgimento delle forze economiche non si sarebbe riusciti a fare nulla. Il confronto con Confindustria e con Cipolletta sul contributo ambientale del Conai fu decisivo».
Lei parla spesso di alleanze sociali come chiave della transizione ecologica.
«Perché i cambiamenti profondi non si fanno contro la società. Le riforme devono partire dal basso, costruendo consenso e accompagnando i processi».
Oltre ai rifiuti, su quali altri fronti interveniste maggiormente?
«Sulla qualità dell’aria, sulla depurazione delle acque, sulle bonifiche e sul dissesto idrogeologico, temi che allora erano spesso affrontati solo in emergenza. Introducemmo i piani per la qualità dell’aria e obbligammo i sindaci a intervenire quando venivano superati i limiti di inquinamento».
Anche sulla mobilità sostenibile foste pionieri.
«Sì. Introducemmo i mobility manager nelle aziende e lavorammo sulle flotte ecologiche. Mi ricordo la presentazione della bicicletta elettrica al Quirinale con Ciampi: allora sembrava quasi fantascienza».
C’è una riforma di cui va più orgoglioso?
«Direi il sistema del recupero dei rifiuti. Con le procedure semplificate riuscimmo a favorire il riciclo di enormi quantità di materiali, evitando – secondo le nostre stime – l’equivalente di circa 500 discariche».
Oggi però il tema ambientale sembra avere meno forza politica rispetto agli anni Novanta. Come se lo spiega?
«Negli anni Novanta i Verdi erano al Governo in molti Paesi europei. Oggi quella spinta si è indebolita, ma i problemi ambientali sono diventati ancora più reali. Però bisogna costruire alleanze ampie, altrimenti non si riesce a cambiare davvero».
Lei lasciò il Governo quando venne spostato alle Politiche europee. Perché?
«Perché io ero andato lì per occuparmi di ambiente. Non mi interessava la poltrona. Nella vita contano i risultati, non le promesse».
L’Italia dovrebbe tornare a investire nel nucleare?
«Io parlo del nucleare da fissione dell’uranio, non della fusione. La fissione produce isotopi radioattivi estremamente pericolosi, che restano nocivi per migliaia di anni. Eticamente non voglio lasciare alle generazioni future un’eredità del genere. E oggi, oltretutto, le energie rinnovabili costano meno e possono produrre tutta l’energia necessaria. Puntare sul nucleare significa perdere tempo e soldi».
A quasi trent’anni dal decreto che porta il suo nome, Ronchi continua a difendere un’idea di transizione ecologica fatta di scelte concrete, alleanze sociali e visione politica. Con la convinzione che ambiente ed economia non siano più mondi separati, ma il terreno decisivo su cui si giocherà il futuro del Paese e delle nuove generazioni. E che le trasformazioni ambientali nascano da una visione capace di anticipare le crisi.


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