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«Anche in tv cerco l’oggetto che sfugge agli standard»

Marilena Tarable dagli inizi nell’antiquariato a Bra alle sfide di “Cash or Trash” nel segno del design e del vintage: «Che adrenalina quando parte l’asta!»

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Antiquaria di formazione, specialista di design del Novecento per vocazione, da qualche anno Marilena Tarable è anche uno dei volti più riconoscibili di “Cash or Tras – Chi offre di più?”, programma di Canale Nove dove una squadra di mercanti si sfida nell’acquisto di oggetti portati da privati. La sua base è il Cuneese: ha magazzini a Bra e Fossano, per quasi mille metri quadri di arredi, più una galleria aperta nel 2019 in piazza Carlina a Torino. Ma la storia è cominciata molto prima: «Nel 1992, per pura passione. È stato tutto un fai da me: guardavo cosa facevano quelli più bravi, cosa compravano». Una decina d’anni nell’antiquariato classico, poi la crisi del mercato e una rivelazione: il Novecento. «Mi sono accorta che era più nelle mie corde. L’antiquariato è un fatto di passione, il design anche, però forse richiede qualcosa in più». Cioè, lo studio. Perché il design non si improvvisa: «È una materia fatta di conoscenza, bisogna sapere chi ha pro­gettato un oggetto e perché, ricordare i nomi, conoscere la storia. Prima ancora, però, serve la sensibilità per capire se quell’oggetto è bello o brutto. Il mercato poi richiede precisione: ai clienti devo saper dire di che anno è, chi l’ha disegnato, se è ancora in produzione». Le edizioni limitate, i pezzi fuori catalogo, i rarissimi: «Il mercato premia chi ha quello che non si trova più. Bisogna andarselo a cercare, studiarlo». E soprattutto trovarlo prima degli altri. Tarable ha girato fiere all’estero per anni, «letteralmente caricando camion di merce». Oggi il suo canale privilegiato sono le case private: «Compro intere collezioni, divisioni di eredità. Girare per i mercatini aveva senso trent’anni fa, oggi tutti sanno tutto. A me piace avere roba inedita, che non è ancora stata messa sul mercato».
E il mercato, cosa vuole? «Il gusto si sta spostando verso gli Anni ’30 e ’40, che per un po’ non erano più stati considerati. Forse perché in un momento di grande incertezza globale rappresentano un punto fermo: le pietre miliari del design storico valgono sempre, sono riconoscibili». C’è però anche una spinta verso il futuro: «Le nicchie del postmoderno, le edizioni limitate, i pezzi unici, i prototipi. Direi soprattutto questi due periodi: anni Trenta-Quaranta e anni Ottanta-Novanta. Si è fermato un po’ il periodo degli anni Sessanta-Settanta».
In questo scenario, il ruolo dei giovani è decisivo. «La clientela si sta ampliando, così il design postmoderno, dagli Anni ’80 in poi, sta acquisendo rilevanza». La sua clientela attuale, precisa, è pressoché estera e ha una dimestichezza con il collezionismo.
C’è poi una domanda: il vintage è solo una moda? «C’è una tendenza culturale al riuso che va molto. Ed è anche una forma di divertimento: andare a scoprire le cose belle dei decenni passati». La chiave è il genio. «Ogni epoca ha avuto i suoi grandi innovatori. C’era uno standard, ma qualcuno faceva qualcosa di diverso: è quell’oggetto che bisogna andare a cercare». Prima ancora della quotazione viene l’emozione: «A me piace vedere se nell’oggetto che ho davanti c’è qualcosa che chi l’ha progettato voleva trasmettere. Il design non è solo produzione industriale: può essere avvicinato all’arte. La sedia che non fa solo la sedia, ma è anche un bell’oggetto da ammirare».
Questa sensibilità l’ha portata davanti alle telecamere di “Cash or Trash”: «Credo sia stato casuale: hanno visto quello che faccio. All’inizio ero un po’ restia, la telecamera è impattante. Poi ho trovato colleghi straordinari, ci divertiamo. Basta non pensare alla telecamera e fare semplicemente il proprio lavoro». Che, in trasmissione, si vede esattamente com’è: «La merce è acquistata e pagata subito. Scopriamo gli oggetti in studio e abbiamo quei pochi secondi per decidere se comprare o lasciar perdere. È tutto reale». Il momento più adrenalinico? «Quando parte l’asta. Devi decidere se un oggetto lo vuoi davvero, oppure se il prezzo ha superato la soglia commerciale. In studio siamo tutti concentrati, cerchiamo di capire cos’è quell’oggetto. L’attenzione che credo si legga in televisione è assolutamente autentica». Tra gli acquisti che la rappresentano di più, cita il divano di Gaetano Pesce, un pezzo esposto al MoMA di New York. «Era bellissimo e non ce l’avevo. Avevo appena acquistato un’intera collezione con tantissimi pezzi, ma quello mancava. Ho detto: lo devo comprare. L’ho pagato tanto, ma in un range accettabile. E l’ho rivenduto quasi subito».

BaNNER
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