Cibo, arte e vino a Le Brunate Ceretto consolida una visione

Il nuovo ristorante è nato dove tutto era cominciato, vicino alla Cappella del Barolo e nel cuore di un paesaggio eccezionale: creatività di famiglia

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L’approdo non poteva che essere dove tutto è simbolicamente cominciato: alle Brunate, vicino alla Cappella del Barolo. Qui è nato un nuovo ristorante (Le Brunate, appunto) che rappresenta e completa la storia imprenditoriale di Ceretto. «Nel ‘96 abbiamo ospitato – ricorda Roberta Ceretto – amici che ci proponevano di sponsorizzare una mostra al Castello di Barolo. Per noi, l’arte all’epoca era qualcosa di misterioso. Poi è arrivato David Tremlett, che oggi è quasi uno zio per me. Da lì è nato tutto». La traiettoria dei Ceretto era cominciata prima: «Con mio nonno che ha iniziato a produrre vino, mio padre e mio zio che sono stati artefici di una rivoluzione. Si sono perfezionati nel Barolo e nel Barbaresco, cimentati con il Blangè, hanno messo uno zampino anche nel Moscato». La cappella sconsacrata e reinterpretata da Tremlett assieme a Sol LeWitt, ha rappresentato una svolta: «Ha cambiato l’immaginario collettivo di un territorio che nel 2000 non era paragonabile a quello che si vede adesso arrivando ad Alba». Il vino, l’arte e la ristorazione: «Ci è venuto in mente di aprire ristoranti, lo abbiamo fatto nel 2005 sotto l’impulso del grande entusiasmo in tutta la regione per le Olimpiadi. La Piola ha avuto grande successo per la semplicità della proposta di tradizione, mentre MasterChef iniziava a generare figli e figliastri. Abbiamo incrociato sul nostro percorso Enrico Crippa, è nato Piazza Duomo. Il progetto Le Brunate arriva dopo lunga gestazione. È dove abbiamo il vigneto più storico di Barolo: il primo acquistato, non affittato». Tornando alla Cappella, «vicino c’era questo manufatto che in origine era la distilleria di mio nonno. Una struttura non proprio bella». Ora è in armonia con tutto il resto: «Abbiamo ristrutturato l’edificio in maniera neutra, studiato una formula country per un ristorante che vuole servire come supporto a questo paesaggio con la Cappella che nel frattempo è diventata – uso un termine terrificante – instagrammabilissima».
Merito della passione per l’arte di Roberta Ceretto: «Dopo l’affresco in piazza Duomo, Francesco Clemente è diventato un grande amico. Davanti alle statue che si chiamano Love, le persone si baciano guardando il panorama. Poi abbiamo commissionato a Kiki Smith un mosaico che ammicca alla Cappella, ahimè, ancora impacchettata: ci vogliono due mesi di restauro».
La formula del ristorante è originale: «Simone Burlotto lavora come l’oste dal quale mangiavi ciò che ti proponeva. Il menù muta in base a quello che offre l’orto dei Ceretto. La regola numero uno è la stagionalità. La carta dei vini è curata da Jacopo Dosio, l’idea è valorizzare il luogo: in carta i 15 produttori del cru Brunate, ma non solo, rappresentiamo tutta la Docg del Barolo e del Barbaresco. C’è un’ampia scelta di bolle, Alta Langa e Champagne. Quel balcone è il posto ideale per gli aperitivi». E il menù? «Componibile, non rigido. Un antipasto misto che abbiamo chiamato “Benvenuto”, quattro generose porzioni. Se hai fame, aggiungi un primo o un secondo, o entrambi».
In questi giorni colpisce «il sottofondo del cingolo del trattore nel silenzio della collina». I ruoli sono definiti: «Bruno e Marcello li abbiamo messi in pensione (scherzo, sono tutti i giorni qua). Mio padre fa molta attività di beneficenza con l’ospedale di Verduno, facendoci sviluppare progetti alternativi. Mio zio si diverte come capo cantiere. Noi quattro abbiamo ruoli ben specifici: io seguo comunicazione e marketing di tutto il gruppo, mia cugina Elisa segue l’amministrazione, Federico è il più commerciale, Alessandro ha la parte agricola e produttiva del vino. Non ci sono stanze chiuse: prima o poi le apri tutte». Come per la Cappella coloratissima: «È la mia bambina, a cui sono più affezionata. Un azzardo? Noi Ceretto abbiamo ereditato il coraggio. Pensate al Blangé nell’85: mio padre e mio zio erano sulle copertine del Wine Spectator, perché mettersi a fare un vino bianco? La creatività langhetta ci ha premiato, ma con business plan molto ben organizzati. Con l’alta gastronomia e l’arte, rispettando la terra, lasciamo un piccolo segno».