Imparare a “render conto” della simonia quotidiana

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Capita, ogni tanto, che una giornata destinata a restare nel cuore per ragioni intime e familiari finisca per lasciare anche un pensiero più largo, quasi pubblico. La Cresima di mia figlia Emma è stata una gran bella festa: partecipata, sentita, piena di quella gioia composta che certe cerimonie sanno ancora regalare quando non diventano soltanto protocollo. Eppure, tra gli abbracci, le foto e l’emozione dei passaggi veri, a restare impresse sono state soprattutto alcune parole di monsignor Egidio Miragoli, vescovo di Mondovì.
Parole antiche, e proprio per questo attualissime: simonia. Termine che sa di catechismo polveroso, di un tempo che sembrerebbe lontano. E invece no. Perché la simonia – il comprare o vendere ciò che dovrebbe appartenere allo spirito – cambia forma, si modernizza, ma continua a frequentare le nostre vite.
Il dio denaro non compra soltanto beni o privilegi. Più subdolamente, orienta desideri, ridisegna priorità, insinua l’idea che tutto abbia un prezzo. È qui che il rischio diventa quotidiano: quando smettiamo di chiederci il valore delle cose e ci limitiamo a registrarne il costo.
E forse proprio qui si nasconde il senso più profondo di quel “render conto” che il termine richiama. Non solo un giudizio morale o religioso, ma una domanda personale: a che cosa stiamo dando valore davvero? Perché rendere conto della simonia, oggi, significa interrogarsi su quante volte monetizziamo ciò che dovrebbe restare relazione, crescita, comunità.
Non riguarda solo la religione, ma la vita. Il modo in cui guardiamo agli altri, ai figli, al tempo libero, alla solidarietà. Persino l’estate può diventare una cartina di tornasole: per molte famiglie è il tempo degli incastri, dei bilanci, delle soluzioni da trovare. Ed è proprio lì che tornano preziosi mondi spesso considerati marginali fino a quando non servono davvero: oratori, volontariato, campeggi, educatori.
Luoghi dove si impara qualcosa di più raro di un’attività: stare insieme. Condividere. Rispettarsi.
Non è nostalgia, né moralismo. Semmai il contrario: riconoscere che dal passato, e perfino da parole che rischiamo di archiviare come superate, si possa ancora apprendere.
Nelle pagine finali di questo numero, la testimonianza di Enrico Pira, presidente di Casa Ugi, racconta come gli anni del collegio e l’incontro con don Claudio abbiano lasciato un segno concreto. Perché educare non significa riempire teste, ma lasciare impronte.
Forse è questo il vero render conto della simonia, oggi: domandarsi quante cose stiamo monetizzando senza accorgercene.
E ricordarci, magari partendo proprio da una festa di Cresima, che non tutto ciò che conta si compra. Anzi: quasi niente.