«Agire in tempo!» Non inseguire sempre le emergenze climatiche

Antonello Pasini, climatologo del Cnr, racconta le priorità scientifiche e industriali necessarie per affrontare i nuovi modelli produttivi

0
0

C’è chi studia il clima con i modelli matematici e chi lo racconta con le parole giuste. Antonello Pasini fa entrambe le cose, e questo lo rende una voce importante nel panorama scientifico italiano. Fisico climatologo del Cnr e docente di Fisica del clima all’Università di Roma Tre, si occupa di elaborare e applicare modelli matematici per individuare le cause dei cambiamenti climatici a scala globale e regionale e per studiarne gli impatti a scala locale. Già vicepresidente della Società Italiana per le Scienze del Clima, è autore di numerosi articoli e libri che hanno saputo avvicinare la scienza ai lettori. Lo abbiamo incontrato in anticipo per fargli qualche domanda.
Se dovesse indicare una priorità assoluta per accelerare il passaggio da un’economia lineare a un’economia circolare in Italia, basandosi sui dati climatici in suo possesso, quale sarebbe?
«Per contrastare il recente cambiamento climatico di origine antropica dobbiamo innanzi tutto ridurre fortemente – fino ad azzerare – quel 75% di emissioni che viene dalle combustioni fossili, per cui è essenziale decarbonizzare la produzione di energia, i trasporti, ecc. In questo, ovviamente, la rigenerazione di ciò che nell’attuale schema lineare è rifiuto, è fondamentale, anche pensando alla finitezza di risorse del pianeta. In questo cambiamento di mentalità, in cui si useranno sempre più risorse rinnovabili, la prima cosa che ritengo necessaria è riciclare e rigenerare i materiali pregiati con cui produciamo energia o la immagazziniamo. La filiera industriale dovrebbe pensare a produrre e insieme a rigenerare».
L’applicazione di un’economia circolare è solo un aspetto di un mutamento di paradigma più profondo, che richiede di abbandonare un modello economico di sviluppo basato sulla crescita infinita. Come si traduce concretamente questa tensione?
«A mio parere, la vera tensione è tra l’agire concretamente e la nostra visione del futuro. In Italia, purtroppo, siamo abituati ad agire a valle dei problemi e siamo continuamente in emergenza. Lo vediamo per i fenomeni climatici estremi, ma anche per le tensioni geopolitiche ed energetiche. Anche per difendersi dagli eventi estremi, tramite adattamento climatico, occorre agire con un piano e una visione precisa di cosa vogliamo per il futuro. Per esempio, non possiamo dire: ricostruiremo tutto come prima. Si deve capire che dobbiamo armonizzare la nostra dinamica con quella della natura e non cercare di “dominarla”, perché non è possibile. La mitigazione, poi, ancor più richiede visione a lunga scadenza, perché i risultati di quanto facciamo oggi li vedremo solo nei prossimi decenni».
Tradurre temi scientifici complessi per il grande pubblico senza sacrificarne il rigore è una sfida aperta. Quali sono le ambizioni e le criticità attuali della comunicazione ambientale?
«Oggi viviamo in una galassia mediatica variegata in cui difficilmente il dato scientifico passa trasversalmente senza essere distorto dagli occhiali della nostra visione del mondo, che i social con le loro camere dell’eco fanno diventare sempre più polarizzata. Inoltre, la comunicazione rapida e martellante spinge a non approfondire, e questo per temi complessi come quelli ambientali è un grosso guaio. Direi che in ogni caso bisogna far avvicinare la gente a ciò che fai, noi scienziati per spiegare le nostre ricerche e i nostri risultati scientifici, le aziende per mostrare i loro metodi produttivi e la loro tensione verso un mondo più vivibile, mediante un rapporto più consapevole ed equilibrato con l’ambiente. Ognuno deve trovare la sua strada, in maniera originale e stimolante, per far questo».

Ecoansia e giovani: dalla paura all’azione consapevole

C’è una parola che negli ultimi anni si è fatta strada nei dizionari della psicologia e nel linguaggio comune: ecoansia, una forma di angoscia cronica legata alla consapevolezza della crisi climatica, una risposta emotiva, spesso silenziosa e solitaria, a un futuro che sembra sempre più incerto e minaccioso. In molti casi è una reazione razionale a una situazione oggettivamente preoccupante.
L’argomento sarà al centro dell’incontro di venerdì 22 maggio a Circonomia, sul palco Antonella Gorrino, pedagogista e Natalie Sclippa redattrice de lavialibera, rivista bimestrale fondata da Libera e Gruppo Abele in dialogo con i giovani dell’associazione albese In.Differenti, con Lucia Vignolo, assessora al Protagonismo giovanile del Comune di Alba, e Sebastiano Stroppiana del Consorzio Socio-Assistenziale Alba, Langhe e Roero.
Un confronto per cercare di capire come costruire una relazione sana di fronte a un futuro che fa paura e come provare a trasformare l’angoscia in azione. Un tema che riguarda i giovani in modo particolare ma “non solo”: perché l’ecoansia non ha età, e la necessità di trovare un equilibrio tra lucidità e speranza è di tutti.

«La transizione nel caos geopolitico» Dario Fabbri tra guerre, risorse e transizione

Il cuore della transizione ecologica poggia su una contraddizione spesso ignorata: le materie prime necessarie per costruirla e sostenerla — litio, cobalto, terre rare, rame — si trovano in alcuni dei luoghi più instabili e contesi del pianeta. Per estrarle servono condizioni geopolitiche stabili, accordi internazionali, catene di approvvigionamento sicure. Tutte cose che il mondo di oggi fatica sempre di più a garantire. Sul palco di Circonomia, Dario Fabbri (foto in basso), direttore di Domino e analista geopolitico tra i più seguiti in Italia e Roberto Della Seta, già senatore e tra le voci più autorevoli dell’ambientalismo italiano e autore del libro “Il Paradosso Verde”, affronteranno questa tematica sul palco di Circonomia.
Il titolo dal Donbass al Venezuela passando per Hormuz disegna una mappa di alcune delle aree geografiche che raccontano come la geopolitica si intreccia con la transizione energetica. Il Donbass, teatro della guerra in Ucraina, che ha rimescolato le carte sull’approvvigionamento energetico europeo. Il Venezuela, con le sue immense riserve di materie prime critiche. Lo stretto di Hormuz, attraverso cui passa ancora oggi una parte significativa del petrolio mondiale.
Un dialogo scomodo, ma necessario perché per fare la transizione ecologica è necessario comprendere i rapporti di forza che governano il mondo, le sue dipendenze e fragilità strategiche.