Gli ultimi anni sono scivolati via in una struttura assistenziale, dentro una bolla di riserbo e d’amore, la riabilitazione e le passeggiate in carrozzina, i dialoghi fatti di sguardi con la moglie Daniela. Alex Zanardi non s’era aggravato e per questo la morte, arrivata il primo maggio, stesso giorno di Ayrton Senna, ci ha sorpresi: sarebbe stato comunque così, perché davvero sembrava eterno, due volte era stato più forte del destino sopravvivendo a incidenti terribili, sempre gareggiando e sempre correndo perché quella era la sua vita. Dai kart alla Formula 1 fino al paraciclismo, coppe e medaglie, la forza del sorriso che, racconta il figlio Niccolò, aveva anche se preparava il caffè o la pizza.
Non è stato campione di sport. È stato campione di vita. Perché accettando le avversità serenamente, affrontandole con determinazione e cuore, è diventato esempio per tantissime persone. Il suo mondo cambiò nel 2001 quando, durante una gara del campionato Cart in Germania, perse il controllo della vettura, centrata in pieno da un’altra ad altissima velocità: gli furono amputati gli arti inferiori, superò sedici interventi chirurgici e sette arresti cardiaci, trovò la forza di tornare vincente, l’handbike come nuova sfida: quattro medaglie ai Giochi tra Londra e Rio, dodici Mondiali su strada.
C’è una frase che spiega molto di lui: «Quando mi sono svegliato senza gambe, ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa». Non s’è mai pianto addosso, ha ricominciato, trovato nuovi scopi e nuove energie, è diventato un simbolo ma non s’è mai sentito eroe, l’umiltà è stata la dote più bella. Ha insegnato coraggio e umanità, spostando i limiti dell’impossibile e invitando a non arrendersi, icona di resilienza e di amore per la vita. Senza di lui lo sport paralimpico non sarebbe quello che conosciamo ma le sue parole e i suoi gesti, oltre i confini dello sport, si sono tramutati in motivazioni per milioni di persone, hanno trasformato in opportunità i problemi. Nel 2020 il secondo agguato del destino, un frontale con un camion durante una staffetta di beneficenza in handbike, finì in condizioni gravissime ma riuscì ancora a farcela. Fino al 4 maggio, che ha sparso dolore ovunque, tra istituzioni e campioni, ma soprattutto fra gente comune. Bellissime, durante il rito funebre, davanti alla bara chiara accarezzata dai ragazzi disabili di Obiettivo3, il suo progetto, le parole di Don Marco, cappellano amico: «“Se fosse tutto bello – mi ripeteva Alex -, sai che noia la vita”. A voi lascio le medaglie e l’odore di benzina, io mi tengo l’uomo. Mi spiace per sorellaccia morte, si è presa il corpo ma l’anima le è sfuggita».


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