Siamo abituati a pensare che il contesto giochi un ruolo determinante nelle possibilità di crescita. Che esistano luoghi più favorevoli di altri, e che in certe situazioni non sia possibile avere successo — almeno oltre un certo livello –. È una convinzione diffusa, spesso confermata dall’esperienza, che tuttavia, a volte, rischia di trasformarsi in un limite più forte del contesto stesso.
La storia di Enrico Loccioni va in una direzione diversa.
Imprenditore marchigiano, Loccioni ha scelto di costruire la propria azienda nel territorio in cui è nato, senza cercare altrove condizioni migliori. Nel tempo, questa scelta ha preso forma in un progetto dal nome essenziale: “2 km di futuro”.
Il progetto nasce a partire da un problema concreto: un tratto del fiume Esino, vicino alla sede dell’azienda, nel 1990 esondò causando gravi danni al territorio e all’azienda stessa. Invece di limitarne l’impatto o aggirarlo, Loccioni ha scelto di intervenire in modo diverso, trasformando quel vincolo in una leva di sviluppo.
Su circa due chilometri di territorio è stato costruito un sistema che integra sicurezza, energia e innovazione. Il fiume viene monitorato, utilizzato per la produzione idroelettrica e inserito in un contesto più ampio di sperimentazione ambientale. Attorno a questo intervento si è sviluppato un ecosistema che coinvolge impresa, ricerca e comunità, restituendo valore a un’area che prima era vista soprattutto come un limite.
In un contesto che tende ad associare il limite alla mancanza, questa prospettiva introduce un nuovo punto di vista: non tutto ciò che rappresenta un problema deve essere evitato o superato; in alcuni casi, può essere ripensato fino a diventare il punto di partenza.
Dal punto di vista cognitivo, siamo portati a vedere ciò che limita come un ostacolo da eliminare. Tendiamo a cercare alternative, spostarci, ampliare il campo delle possibilità. È un meccanismo utile, ma può farci trascurare un’altra strada: lavorare su ciò che non funziona fino a trasformarlo.
Il progetto di Loccioni lo dimostra. Non è una rinuncia al cambiamento, ma un modo diverso di interpretarlo. Invece di cercare condizioni migliori altrove, ha costruito quelle condizioni a partire da un problema reale, rendendolo parte integrante dello sviluppo.
Questa è una prospettiva che va oltre l’imprenditoria. In molti percorsi, professionali e personali, siamo portati a pensare che la soluzione sia altrove: in un contesto diverso, in una scelta più ampia, in un’opportunità che ancora non abbiamo. Più raramente ci chiediamo se ciò che non funziona possa essere ripensato in modo diverso.
Il punto non è sempre stabilire se sia meglio restare o partire, bensì capire come leggiamo il contesto in cui siamo: se lo consideriamo un limite da superare o un problema su cui lavorare.
D’altra parte, la provincia Granda ha dimostrato più volte che si possono ottenere risultati importanti anche senza essere “l’ombelico del mondo”. Non perché manchino i limiti, ma perché qualcuno ha scelto di lavorarci sopra abbastanza a lungo da trasformarli in qualcosa di diverso.


|
|







