80 anni di Ferrero, patrimonio di comunità

Dalle Langhe del dopoguerra a gruppo globale: il percorso di una famiglia e di un territorio diventati esempio di sviluppo, identità e coesione sociale

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Il 14 maggio 1946, nell’Italia che esce dalla guerra e prova a ricostruire economia, lavoro e fiducia, ad Alba nasce ufficialmente Ferrero. È una data che coincide con la rinascita del Paese, ma anche con quella delle Langhe, terra che Fenoglio avrebbe raccontato nella durezza della malora e che proprio nel dopoguerra comincia a trasformare fatica e povertà in riscatto. All’origine c’è Pietro Ferrero, pasticcere di Dogliani, che ad Alba apre il laboratorio di via Rattazzi con la moglie Piera Cillario. In anni di scarsità, quando cacao e zucchero costano troppo, Pietro punta sulla nocciola, risorsa locale, e nel 1946 crea la Pasta Gianduja: buona, accessibile, popolare. È l’idea che cambia tutto. Da lì nasce il primo stabilimento di via Vivaro e prende forma un’impresa destinata a superare i confini della provincia. Nel giro di pochi anni, la produzione passa dal laboratorio artigianale a una dimensione industriale capace di ridisegnare l’economia albese. I primi anni sono già una prova di carattere. Nel 1948 l’alluvione invade la fabbrica; operai e famiglia lavorano insieme per ripartire. Nel 1949 Pietro muore prematuramente, ma l’azienda prosegue con Giovanni Ferrero, Piera e soprattutto Michele, che ne farà una realtà globale. Michele Ferrero, scomparso nel 2015, è stato il costruttore della grande trasformazione. Con lui Ferrero passa da impresa piemontese a marchio internazionale. Prima la Supercrema, poi nel 1956 lo stabilimento in Germania, quindi Nutella nel 1964, Kinder nel 1968, Tic Tac, Pocket Coffee, Ferrero Rocher. Non solo prodotti, ma una nuova idea industriale italiana: innovazione continua, qualità assoluta, espansione internazionale. Ferrero è tra i primi gruppi italiani a costruire una presenza produttiva stabile all’estero, mantenendo però ad Alba direzione strategica e identità industriale. Accanto alla crescita industriale, Ferrero costruisce ad Alba un modello sociale. Case, servizi, welfare, fondazione, stabilità occupazionale. Non dipendenti, ma collaboratori: una parola che racconta un’impostazione precisa. Ferrero diventa così non solo fabbrica, ma struttura di comunità, generando occupazione diretta, indotto e identità nel Cuneese e oltre. Maria Franca Fissolo, scomparsa nel febbraio 2026, ha rappresentato la continuità di questo modello. Moglie di Michele e presidente della Fondazione Ferrero, ha custodito la dimensione sociale e culturale della famiglia, rafforzando il legame tra impresa e territorio. Con Pietro e Giovanni arriva la terza generazione, chiamata a raccogliere un’eredità straordinaria. Dopo la scomparsa di Pietro, nel 2011, Giovanni guida il gruppo in una fase globale, mantenendone il carattere familiare. Oggi Ferrero conta 19,3 miliardi di fatturato consolidato, quasi 49mila collaboratori nel mondo, presenza in 55 Paesi e prodotti distribuiti in oltre 170. In Italia restano i cinque stabilimenti produttivi con oltre 7mila occupati. Ma il cuore resta Alba. Nel ricordo recente di Maria Franca, Giovanni Ferrero ha richiamato il valore della famiglia, della gratitudine e della responsabilità. «Ferrero e Alba, o piuttosto Alba e Ferrero, sono un binomio vincente che ci è invidiato nel mondo: una grande storia di successo italiano di cui dobbiamo andare fieri». Ecco il tratto che distingue ancora l’azienda: essere una multinazionale senza smettere di essere una famiglia con la “F” maiuscola. Ottant’anni dopo, Ferrero resta uno dei più solidi esempi di come da una terra marginale possa nascere una visione globale. Dalla pasticceria di Dogliani al mondo, dalle Langhe della malora a un patrimonio di comunità.

1994: «La rabbiosa determinazione a non arrendersi all’avverso destino»

Novembre 1994. Il Tanaro rompe gli argini, Alba viene travolta, il fango invade la Ferrero fino a tre metri, blocca impianti e produzione. Sembra una ferita devastante. Invece, ancora una volta, prevale la comunità. Migliaia di collaboratori si presentano spontaneamente ai cancelli con pale, stivali e secchi. Salvare la fabbrica significa salvare il lavoro, l’economia e il futuro della città. Michele Ferrero, nella lettera ai dipendenti, indica la strada con parole rimaste nella memoria: «La rabbiosa determinazione a non arrendersi all’avverso destino». Operai, tecnici, dirigenti e famiglia lavorano insieme giorno e notte, liberando reparti e macchinari dal fango. In poche settimane lo stabilimento riparte, rispettando produzione e impegni. Nasce così il “miracolo Ferrero”: non solo una straordinaria ricostruzione industriale, ma la prova concreta di un legame unico tra azienda, Alba e territorio. Nel momento più duro, Ferrero conferma di essere molto più di una fabbrica: una comunità, una famiglia industriale, un simbolo civile di rinascita collettiva.