Ferri, mani, pazienza «Si aggiustava, oggi si cambia»

Attilio Eirale, storico meccanico di Alba, racconta 74 anni di officina, moto d’epoca e un mestiere costruito su esperienza, ascolto e rispetto per ciò che può ancora durare

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Ottantasei anni, settantaquattro passati in officina. Attilio Eirale appartiene a quella generazione di meccanici cresciuti quando i motori si ascoltavano prima ancora di smontarli, quando un pezzo non si cambiava automaticamente ma si guardava, si capiva, si decideva se “poteva ancora fare strada”. Nella sua officina sono passate Vespe, Moto Guzzi, moto leggere, mezzi di lavoro e sogni di intere generazioni. Mani consumate, memoria tecnica, esperienza costruita giorno dopo giorno. Non solo meccanico, ma uomo di fiducia per tanti appassionati, compreso l’industriale Dario Sebaste, grande amante delle moto d’epoca, con cui Attilio ha condiviso viaggi e strada: «Ndavmo ‘n giř: mí j’eva ‘ř mecànich, ma Dario o’m diva ř’amís» (Andavamo in giro: io ero il meccanico, ma Dario diceva l’amico). Una frase che racconta più di tante definizioni: perché per Attilio la passione non è mai stata solo lavoro, ma legame, competenza e vita vissuta sulle due ruote.

Attilio, dopo 74 anni in officina, cosa significano per lei le moto d’epoca?
«Passione. Solo passione. Perché se vai a guardare davvero le ore che ci perdi, la fatica, la tribolazione, non lo fai per i soldi. Lo fai perché ti piace. Perché ti devono dire qualcosa».

Quindi non è una questione di mercato?
«No. Se uno pensa di fare il grande investimento, sbaglia già. Una moto d’epoca la compri perché la vuoi, perché magari era il tuo sogno quando avevi vent’anni e non potevi permettertela. O perché ti piace proprio quel mezzo lì. Sono ricordi».

Cos’è cambiato di più rispetto a quando ha iniziato?
«Una volta si aggiustava. Adesso si cambia tutto. Prima guardavi il pezzo, capivi se fosse davvero finito oppure no. Magari poteva ancora fare diecimila chilometri. Oggi invece tante volte si butta via subito. Si cambia perché è più veloce, non perché serve davvero. Ma bisogna saperlo vedere».

È questo che distingue un meccanico di esperienza?
«Sì. Devi conoscere il mezzo. Devi ascoltarlo. Devi sapere cos’hai davanti. Non basta cambiare un pezzo. Il mestiere è capire. È lì che si vede se uno fa davvero il meccanico o se si limita a montare e smontare».

Le Vespe hanno ancora un fascino particolare?
«Le Vespe tengono, sì. Hanno sempre mercato, piacciono, sono comode. Però anche lì bisogna stare attenti. Belle fuori è facile. Bisogna vedere come sono messe davvero».

Oggi internet ha cambiato anche questo mondo?
«Certo, ma online vedi fino a un certo punto. Poi serve uno che ne capisce. Il rischio di prendere un bidone c’è sempre».

Le moto di una volta erano più difficili da guidare?
«Eh sì. Quelle moderne sono un’altra cosa. Le vecchie le devi conoscere, devi saperle usare. Non perdonano».

Cosa prova ancora oggi quando rimette in moto una moto d’epoca?
«È una soddisfazione grossa. Perché non è solo far partire un motore. È vedere che una cosa che magari sembrava finita torna a vivere. Vuol dire che hai capito, che hai lavorato bene. E poi certe moto hanno un’anima: quando ripartono, lo senti».

Riccardo, qual è la lezione più grande che le ha trasmesso suo nonno?
«Che non si butta via niente se può ancora essere buono. Lui guarda, ascolta, capisce. Non cambia un pezzo solo perché è la cosa più veloce. Cerca di capire se ha ancora vita».

È un modo di lavorare che si sta perdendo?
«Secondo me sì. Oggi spesso si sostituisce e basta. Invece lui ha un rispetto diverso, per il mezzo e per il lavoro. Non restaura solo una moto: conserva una storia».

Quindi la passione per le moto d’epoca cos’è davvero?
«È memoria. È rispetto. È sapere da dove arriva un mezzo e perché vale la pena salvarlo».
Attilio, in fondo, lo racconta con semplicità piemontese: non è mai stata solo meccanica. È stata strada, amicizia, fatica e libertà. Come con Dario Sebaste, quando si partiva insieme e i ruoli contavano fino a un certo punto: lui meccanico, certo. Ma soprattutto amico. Perché nel suo mondo le moto d’epoca non sono ferri vecchi da rimettere a posto. Sono vite da far ripartire.