«Rifiuti, sfida culturale» Dati e impatti del progetto

Numeri, emissioni di CO2 evitate e comportamenti quotidiani concreti nell’analisi di Roberto Cavallo tra riciclo possibile e impegno diffuso nei territori locali e nelle comunità coinvolte

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«Un’intera comunità che si attiva, nello stesso giorno, per prendersi cura dell’ambiente». È questa l’immagine che restituisce “Spazzamondo”, ed è descritta da Roberto Cavallo, presidente della Cooperativa Erica di Alba (Educazione Ricerca Informazione Comunicazione Ambientale), da oltre 25 anni leader del settore. Il tecnico parla del grande evento di pulizia collettiva promosso dalla Fondazione Crc. Un progetto che unisce organizzazione, sensibilizzazione e partecipazione attiva.

Cavallo, Spazzamondo è molto più di una semplice raccolta rifiuti. Qual è il suo valore principale?
«Direi quello sociale e sociologico. È un’azione coordinata che coinvolge contemporaneamente territori molto diversi. Non è solo pulizia: è partecipazione collettiva. In Italia abbiamo avuto esperienze importanti come quelle di Legambiente con “Puliamo il mondo”, o iniziative globali come “Let’s Do It”, ma Spazzamondo ha una dimensione capillare e simultanea davvero particolare».

Anche l’impatto visivo sembra avere un ruolo…
«Sì, ed è tutt’altro che secondario. L’“onda arancione” dei volontari è riconoscibile: crea curiosità, coinvolgimento e stimola altri cittadini a partecipare».

Parliamo di numeri: cosa misurate concretamente?
«Raccogliamo dati sui rifiuti: quantità, numero di sacchi, peso e tipologia dei materiali. Collaboriamo con i consorzi del territorio per avere informazioni il più possibile precise. Questo ci permette di stimare anche il risparmio in termini di CO2».

Come si calcola questo impatto ambientale?
«Dipende dal destino del rifiuto. Se finisce in discarica o viene incenerito, l’impatto è maggiore; se invece viene riciclato, il risparmio è significativo. Per esempio: un chilo di carta riciclata fa risparmiare circa 1,2 kg di CO2, la plastica circa il doppio, mentre l’alluminio arriva fino a 8 kg. Materiali più complessi, come pneumatici o dispositivi elettronici, hanno impatti ancora più alti».

Un bilancio complessivo?
«Nei primi cinque anni sono state raccolte circa 140mila tonnellate di rifiuti, con un risparmio stimato vicino alle 200mila tonnellate di CO2. Ma il dato più interessante è un altro».

Quale?
«Tra il 70 e l’80% dei rifiuti abbandonati potrebbe essere riciclato. Significa che il problema è culturale».

In che modo lavorate sulla sensibilizzazione?
«Molto con le scuole. La maggior parte dei rifiuti abbandonati è in realtà riciclabile. Vado spesso a correre raccogliendo rifiuti (plogging) e vedo che mediamente il 70-80% potrebbe essere differenziato e avviato a riciclo. Da due anni sono anche assessore ad Alba: lo scorso anno hanno partecipato 400 persone, un record. Questo dimostra che ogni Comune può fare da diffusore verso la propria comunità».

Che cosa spiegate agli studenti?
«Per esempio, i tempi di degradazione: un mozzicone di sigaretta da 1 a 5 anni, un fazzoletto di carta circa sei mesi, un bicchiere in polistirolo anche cinquant’anni, una bottiglia di plastica molto di più. Un torsolo di mela impiega pochi mesi, ma torna a essere natura. Altri materiali invece non li vediamo più, ma restano nell’ambiente a lungo. E trasformarli non è semplice: trovare un enzima capace di degradare il polietilene, ad esempio, è ancora una sfida».

E per quanto riguarda il futuro?
«Stiamo puntando molto sull’integrazione con lo sport. Il plogging, cioè correre raccogliendo rifiuti, è un esempio concreto. Abbiamo avviato il progetto “Sport per il pianeta”, rivolto alle associazioni sportive. È un modo nuovo per coinvolgere le persone: unisce benessere fisico e cura dell’ambiente. Un modello che guarda avanti e dimostra come anche un gesto semplice, se condiviso, possa avere un impatto concreto».