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Lo straniero come specchio: l’umanità nel riflesso di Marte

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Nel Maestro e Margherita il diavolo si presenta con eleganza, si chiama Woland e viene da fuori per mettere in crisi un sistema già corrotto. In Persepolis, invece, il demonio non arriva: nasce dall’interno, si fa sistema, diventa norma. In entrambi i casi, però, la sua funzione è chiara: costringerci a vedere. Straniero in terra straniera di Robert Heinlein si inserisce esattamente in questa linea di faglia, ma la sposta altrove. Qui lo straniero non è un diavolo, almeno non nel senso classico. Valentine Michael Smith è un marziano cresciuto su Marte, che arriva sulla Terra come un corpo estraneo, un’anomalia biologica, culturale, linguistica. Non conosce le nostre convenzioni, non comprende la proprietà, il denaro, la religione. E proprio per questo le mette a nudo.
Come ogni buon “diavolo”, anche lui smaschera. Ma lo fa senza ironia, senza sarcasmo. Non è Woland, non gioca con gli uomini: li osserva, li imita, li attraversa. È più vicino a uno specchio. E come ogni specchio efficace, non restituisce un’immagine rassicurante. Michael Smith fonda una religione, una comunità, un nuovo modo di stare al mondo. E qui la domanda diventa inevitabile: è un nuovo Cristo o un nuovo inganno? Heinlein non risponde, o meglio: risponde nel modo più scomodo possibile, lasciando che sia il lettore a oscillare. Perché ogni figura che rompe l’ordine costituito, che sia Gesù, il diavolo o un marziano, porta con sé una promessa e un rischio.
In questo senso, il romanzo dialoga profondamente con Saramago. Se il Gesù del Vangelo secondo Gesù Cristo è un uomo che dubita di Dio e ne intuisce la responsabilità nel male, Michael Smith è un essere che non comprende nemmeno la distinzione tra bene e male. Per lui non esiste. Esiste solo una forma di conoscenza più profonda, che passa attraverso un verbo inventato: “to grok”, capire fino a diventare una cosa sola con ciò che si conosce. E allora il punto si sposta ancora: non è più una questione morale, ma percettiva. Non si tratta di scegliere tra bene e male, ma di comprendere quanto le nostre categorie siano limitate, costruite, forse arbitrarie. È qui che Heinlein diventa sorprendentemente contemporaneo. In un’epoca come la nostra, fatta di fazioni sempre più chiuse, di identità granitiche, di narrazioni che non ammettono sfumature, lo straniero diventa una minaccia.
E allora la domanda finale non è chi sia lui. Non importa se sia un diavolo o un Cristo. La vera domanda è: noi, cosa facciamo davanti a uno straniero?

 

Pierluigi Vaccaneo

BaNNER
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