Ci sono date ed eventi che possono segnare in modo profondo la linea della vita. Quelle di Roberto Gagna sono chiare e precise. La sua esistenza è segnata dal dramma dell’alluvione nel novembre 1994. Nato a Fossano, da bancario nell’ufficio estero della sede centrale della Banca Commerciale Italiana a Torino alla presidenza del Coordinamento territoriale (cuneese) della Protezione Civile. Per circa 30 dei suoi 80 anni di vita. Lui è diventato presidente onorario dell’organizzazione, l’assemblea ha già eletto il successore, Salvatore Terranova, cuneese d’adozione, maresciallo capo della Guardia di Finanza in congedo.
Presidente Gagna, come andò nel 1994?
«Ricordo di avere spalato, spalato, spalato. Razionalizzando tutto, si trattò di un evento che colse impreparata un’intera provincia, fragile sia dal punto di vista infrastrutturale sia organizzativo, ma che ha segnato un punto di svolta nella gestione delle emergenze».
Perché?
«All’epoca non esisteva un sistema strutturato di protezione civile. I soccorsi erano affidati principalmente ai vigili del fuoco, senza un coordinamento capillare e senza una rete diffusa di volontari».
Come si spiegò le tragedie come il 1994?
«A pesare furono anche scelte errate nella gestione del territorio: costruzioni in aree a rischio, lungo i fiumi o in zone franose, e la presenza di pioppeti sulle rive. Durante la piena del fiume Tanaro, gli alberi vennero sradicati e trascinati contro i ponti, creando vere e proprie dighe che provocarono crolli a catena».
Imparammo qualcosa da quei fatti?
«Da quella tragedia sono nate importanti trasformazioni. Oggi esiste un sistema di allerta meteo codificato, con livelli di rischio che permettono di informare tempestivamente sindaci e cittadini. Le autorità possono chiudere strade e ponti, limitando gli spostamenti e riducendo i pericoli. Non a caso, anche in occasione di precipitazioni più intense rispetto al 1994, la provincia di Cuneo non ha più registrato vittime».
Altre alluvioni, però, si sono verificati. Non abbiamo imparato abbastanza?
«Resta centrale il tema della prevenzione. La manutenzione dei corsi d’acqua minori, spesso trascurati ma potenzialmente pericolosi, è essenziale quanto quella dei fiumi principali. Così com’è necessario superare una gestione frammentata degli interventi: operare per singolo Comune rischia di spostare il problema a valle. La soluzione indicata è una pianificazione su scala di bacino, più ampia e coordinata».
Vuol dire che se opero a monte creando argini e scivolamenti, un’opera “sbagliata” può nuocere ai Comuni a valle?
«Esatto, proprio così. E bisogna pensare a questo problema».
Che cos’altro abbiamo imparato?
«C’erano tanti fattori che allora aumentarono il rischio: le costruzioni in posti sbagliati e sembra una cosa da niente, ma la piantagione di pioppi sulle rive dei fiumi è una iattura. Perché i pioppi sono hanno una grossa estensione di foglie, ma hanno radici molto deboli, quindi la piena del Tanaro li ha sradicati, li ha portati nel fiume. C’erano ponti costruiti con un’altra concezione, con la luce, cioè campate molto strette. Oggi sono concepiti in modo opposto: grandi luci, poche campate, in modo che gli alberi possano passare sotto».
Cos’è nato da allora ad oggi?
«Fondamentale è stato lo sviluppo della rete di Protezione Civile locale, basata su volontari preparati e radicati sul territorio. Il coordinamento, con centro operativo a Fossano, dispone oggi di mezzi e competenze che consentono interventi rapidi ed efficaci, anche fuori regione».
La Protezione Civile oggi ha mezzi importanti, ma come si incide sulla sensibilità delle persone?
«Accanto agli aspetti tecnici, emerge con forza la necessità di una crescita culturale. Informazione, formazione e consapevolezza dei rischi devono diventare patrimonio comune, a partire dalle scuole fino agli amministratori locali».
Torniamo, concettualmente, al 1994?
«Sì, ha ragione, perché dalla tragedia del 1994 è nata una nuova cultura della sicurezza. Un percorso che ha reso il territorio più resiliente, ma che richiede ancora impegno costante per affrontare le sfide future».


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