Subsonica, da Piozzo a Essaouira: il deserto riaccende la musica

Il gruppo torinese torna con “Terre Rare”, l’album del viaggio partendo da “Casa Baladin”. L’apertura sonora verso nuove geografie del mondo

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Ci sono dischi che non escono: irrompono. Non bussano, ma spalancano. “Terre Rare” dei Subsonica è così: un vento che arriva da lontano, un bagliore che ridisegna le mappe, un richiamo che ti prende per il colletto e ti dice: “Andiamo”. È un album che attraversa Torino, il Mediterraneo, il deserto, e torna indietro con una nuova stella cucita addosso. A raccontarlo è soprattutto Luca Vicini, “Vicio”, il bassista che dal ’99 tiene insieme le fondamenta del suono della band formata da Samuel, Max, Boosta e Ninja.
La storia comincia in un luogo che sembra un’invenzione: Piozzo. Il motivo sono i Marlene Kuntz. «Avevo visto sul loro Instagram che avevano registrato nell’ex birrificio Baladin. Quella piazzetta, quel soffitto… mi hanno colpito. Ho pensato: magari è il posto giusto anche per noi».
Aveva ragione. Casa Baladin diventa un laboratorio creativo: camere eccentriche, profumi di cucina, un’estetica che sembra uscita da un sogno psichedelico. «Io dormivo nella “camera Barbie” – ride Vicio – bellissima. E poi Teo Musso… uno che quando ti adotta non ti lascia più andare». Tra una birra e un’idea, i Subsonica provano, registrano, sperimentano.
«A un certo punto Teo ci fa: “Dovete andare in Marocco”». E loro ci vanno. Non la cartolina, ma la parte viva: Essaouira e dintorni, vicoli bianchi, vento che taglia, sale che brucia, e soprattutto lei: la musica gnawa. Una musica che non si ascolta: ti attraversa. «La gnawa è ovunque – racconta Vicio – è una pulsazione continua, un mantra, un cerchio che non si chiude mai. Ti entra nelle ossa».
E poi arriva l’incontro. «Abbiamo scoperto il gimbri. Teo mi guarda e mi dice: “Questo è un basso. Devi comprartelo”. Il giorno dopo io e Max ne avevamo già uno a testa». Il gimbri vibra come un animale antico: tre corde, pelle di cammello, un suono che sembra venire da sotto la sabbia. Da quel legno scuro nasce un riff che profuma di new wave e deserto: diventerà “Ghibli”.
Ninja, intanto, si innamora delle krakeb, nacchere metalliche che scandiscono poliritmie ipnotiche. «Sono folli» ride Vicio. «Ma Ninja in tre secondi era già un cronometro umano». La gnawa diventa così un ingrediente segreto del disco: non un colore, ma una spinta, un respiro, un modo diverso di stare nel tempo.
Il Mediterraneo entra nel disco come un personaggio. «È un mare che unisce e divide – dice – dove la gente passa, vive, muore. Un mare della discordia, ma anche un mare che profuma di Sud, di deserto, di Maghreb. È impossibile non sentirne il peso quando scrivi.» E infatti “Terre Rare” è pieno di sabbia, vento, confini, voci lontane. È un album che guarda il presente negli occhi, senza filtri, e restituisce un mondo in cui le distanze sembrano allargarsi e stringersi nello stesso istante.
Da qui nasce “Straniero”, brano che non urla ma scava. «Lo slogan è facile – continua – soprattutto oggi. Ma noi vogliamo raccontare, non semplificare. E se una canzone deve durare sei minuti per dire quello che deve dire, che duri sei minuti.» È la filosofia del disco: niente scorciatoie, niente formule. Un long playing vero, che si apre a strati, che chiede tempo, che non rincorre la hit ma la profondità. Dodici brani come dodici coordinate di un viaggio che attraversa deserti, città, ricordi, tensioni, speranze, e che restituisce alla musica il suo respiro più umano.
E poi c’è Torino, che non è solo casa: è la costellazione che tiene insieme tutto. Per il trentennale “Cieli su Torino 96-26”, la città si trasforma in un museo a cielo aperto: oltre ai concerti della scorsa settimana, fotografie giganti sotto i portici, percorsi sonori nei luoghi che hanno segnato la storia della band, mostre, dj set, installazioni. «La nostra storia è inseparabile da Torino» dicono i Subsonica. E Vicio aggiunge: «Cè anche il documentario di Federico Sacchi al cinema Impero, ora Classico. Ognuno di noi ha parlato degli altri. È un viaggio dentro il viaggio». Poi sorride, come chi ha visto qualcosa che non riesce ancora a spiegare: «È bello, dopo trent’anni, sentirsi ancora in movimento. Ancora curiosi. Ancora vivi».