Racconigi e la seta: un’industria di splendore e fatica

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“èterribilmente costosa e nessuno saprà che è di seta. Lo saprò io, e camminerò in modo diverso”. Così diceva Greta Garbo della propria biancheria intima. La fibra preziosa, che vela le grazie delle dive, rivela una storia lunga e operosa, che per secoli ha segnato la vita di molte regioni italiane. Anche il Cuneese conobbe questa stagione: tra filari di gelsi, allevamenti di bachi e lavorazione dei bozzoli prese forma un’economia diffusa che la memoria locale ama evocare come “Terre di seta”.
Tra Sei e Settecento la gelsicoltura e la bachicoltura furono per molte famiglie contadine una risorsa non trascurabile. Il seme dei bachi rappresentava un piccolo capitale: incerto, perché esposto al capriccio del clima e alle malattie, ma spesso capace di offrire un utile supplemento, talvolta sufficiente ad acquistare un modesto campo. Per alcune settimane all’anno le case si mutavano in improvvisate bigattiere: i bachi occupavano cucine e camere, e su lettiere di paglia e rami filavano pazientemente il bozzolo da cui sarebbe nata la seta.
Centro e anima di questo sistema fu Racconigi. Dalla seconda metà del Seicento, favorita da un’accorta politica economica sabauda – che non disdegnava operazioni di spionaggio industriale ai danni della vicina Bologna – la città vide sorgere una delle più note industrie seriche d’Europa. Nel 1677 Andrea Peirone vi impiantò il primo setificio meccanico; pochi decenni bastarono perché, mossi dalla forza delle acque, numerosi filatoi si moltiplicassero. Nel 1708 se ne contavano già diciannove, con oltre duemila operai. L’organzino racconigese, sottile e tenace, era ricercato dalle manifatture europee, specialmente da quelle di Lione.
La prosperità mutò anche il volto della città: da circa quattromila abitanti nel Seicento a oltre undicimila nel pieno del secolo successivo. Ma la fortuna della seta cominciò a volgere al peggio: i mutamenti della moda, le vicende politiche – come la Rivoluzione francese che scosse il mercato lionese – e le malattie dei bachi, tra cui la pebrina nell’Ottocento, misero più volte in affanno il settore. Nel Novecento, infine, la concorrenza della seta artificiale (come la viscosa, così importante in Italia durante il periodo autarchico) e le trasformazioni dell’industria tessile ne segnarono il lento declino, fino alla chiusura dell’ultimo setificio nel 1947.
Dietro il lustro della seta si nascondeva una realtà di lavoro aspro. Nelle filande operavano soprattutto donne e fanciulle, talora bambine. Lunghe giornate – sino a dodici ore – trascorrevano in ambienti saturi di vapore e calore; movimenti ripetitivi, mani immerse nell’acqua bollente, malanni respiratori e salari modestissimi segnavano la vita quotidiana. Non stupisce che i circoli e i giornali socialisti denunciassero con vigore quella fatica alienante, reclamando paghe più giuste e condizioni più umane.
Tra i gelsi ancora presenti nel paesaggio, nei musei e nelle iniziative di valorizzazione del territorio, rivive oggi la memoria di quella stagione. È una memoria di splendore e sacrificio, e proprio in questa duplice natura si coglie il vero significato storico delle antiche Terre di seta del Cuneese.

 

Elena Angeleri