L’invisibile arte del montaggio

Enrico Giovannone, il racconto dietro le immagini di un film

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Dietro ogni film c’è un lavoro invisibile ma fondamentale: quello del montaggio. Incontriamo Enrico Giovannone che da quasi vent’anni lavora nel cinema e nel documentario, trasformando immagini e suoni in storie capaci di arrivare al pubblico.
«Sono nato a Chieri nel 1978 ma le mie radici sono a Santo Stefano Belbo, paese d’origine dei miei genitori. Anche se la mia vita si è sempre svolta a Torino, ho mantenuto un legame molto forte con quel territorio, dove vivono ancora tutti i miei parenti».
La passione per il cinema nasce presto. «Da adolescente consumavo il videoregistratore di casa: mio padre, anche lui appassionato di cinema, aveva una grande collezione di Vhs. Guardavo film continuamente e mi incuriosiva tutto ciò che riguardava la post-produzione, dalle centraline di montaggio analogiche ai mixer video». Gli esperimenti arrivano negli ultimi anni delle superiori. Dopo il liceo classico a Chieri sceglie il Dams a Torino, indirizzo Storia del Cinema. «È stata una formazione molto teorica, ma la base umanistica mi è servita moltissimo. Il montaggio non è solo tecnica: serve una sensibilità narrativa, letteraria e poetica per capire come raccontare una storia». Dopo l’università frequenta un corso di post-produzione e inizia a lavorare in uno studio come assistente al montaggio. Dopo tre anni intraprende la strada del freelance, che porta avanti dal 2007. Tra le collaborazioni più importanti c’è quella con il regista Daniele Gaglianone: «Abbiamo lavorato al documentario Rata Neće Biti – La guerra non ci sarà, che nel 2009 ha vinto il David di Donatello. Con lui ho poi montato anche i film Pietro, Ruggine e La mia classe». Un altro incontro decisivo è quello con Matteo Tortone. «Con lui ho fondato anche una società di produzione, la Malfe Film. Ho curato il montaggio del suo Mother Lode, presentato alla Settimana della Critica di Venezia, e del cortometraggio Domenica Sera, David di Donatello come miglior corto nel 2025». Tra i progetti più significativi c’è anche Onde di Terra di Andrea Icardi, montato insieme alla collega Morena Terranova. «È una storia che mi ha riportato alle mie radici: l’ultima scena è girata nel cimitero di Santo Stefano Belbo, dove ci sono i miei nonni. E poi Pavese e Fenoglio sono tra i miei scrittori preferiti».
Per Giovannone il cinema è soprattutto un lavoro collettivo. Un film nasce dall’incontro tra diverse professionalità – regista, fotografia, musica, montaggio – e trova il suo senso anche nel rapporto con il pubblico e con il territorio. La cultura, per lui, è prima di tutto un fatto di comunità, lontano dall’idea dell’artista solitario. Oggi, oltre al montaggio, guarda al futuro della produzione. «La sfida è far crescere la nostra casa di produzione e sostenere film e documentari capaci di raccontare storie autentiche, magari dando spazio anche a giovani registi». Una sfida non semplice, soprattutto quando i progetti non hanno ancora una distribuzione garantita, ma che rappresenta anche il valore dell’indipendenza.
«Nonostante la mia vita sia ormai stabilmente a Torino, resto molto legato al territorio di origine dei miei genitori. Da bambino passavo lì tutte le estati con i miei cugini e sono ricordi indelebili». E non nasconde un desiderio: tornare, prima o poi, a raccontare quelle terre attraverso il cinema.

Paolo Tibaldi