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I nomi non sono più territoriali Carmela è diventata Carmen

Il Piemonte ha accolto e poi modificato: Elena Papa presenta il Dizionario storico ed etimologico scritto con Alda Rossebastiano

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In Piemonte i nomi non sono mai stati solo nomi. Sono stati prese di posizione, battute di spirito, dichiarazioni d’identità. Già nel Medioevo, quando la gente si chiamava quasi tutta Pietro, Giacomo, Martino o Giovanni, il nome funzionava come un biglietto da visita sociale. E infatti il piemontese, che non ha mai perso l’occasione per una frecciata, li trasformò presto in modi di dire irresistibili: “Peder lofi” per indicare il riccone lento di riflessi, “Giaco tross” per lo scarto umano, “Giaco fà ciàir” per il marito cornuto e contento, “Martin pito” per l’indolente cronico. Altro che anagrafe: era un teatro.
Oggi le cose sono cambiate, ma non del tutto. A guidarci in questo viaggio è Elena Papa, docente di Linguistica italiana all’Università di Torino e una delle massime esperte italiane di antroponimia, ovvero la parte dell’onomastica che studia i nomi propri. Con la collega Alda Rossebastiano, docente specialista dello stesso settore, ha scritto “I nomi delle persone in Italia – Dizionario storico ed etimologico”, (Utet, 2005), un caposaldo prezioso per chiunque voglia capire perché ci chiamiamo come ci chiamiamo. E Papa parte da una frase che è quasi un colpo di scena: «Il nome non rivela nulla delle caratteristiche di chi lo porta, dice molto delle caratteristiche di chi lo sceglie». Tradotto: il nome parla di noi, ma soprattutto dei nostri genitori.
Il Novecento, racconta, è stato un’esplosione: più di 28.000 nomi documentati nel loro dizionario. E non pensiate che il fascismo, con la sua norma del 1939 che vietava nomi stranieri o “ridicoli”, sia riuscito a mettere ordine. «La norma del 1939, attiva fino al 2000, è stata ampiamente disattesa», sorride Papa. E infatti nelle anagrafi piemontesi spuntano Krishna, Nirvana, Shiva. «C’è chi vuole Nirvana», commenta, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Poi arriva il cinema, e cambia tutto. «Il cinema ha gradualmente scalzato il teatro» spiega. È l’epoca di Cabiria, Deanna, Rambo, Kevin, Dustin. «Negli anni Ottanta e Novanta ci si mette anche la televisione». Infatti con “Dallas” uscirono tante Sue Ellen e con “Beautiful” uscirono tanti Ridge. E oggi? «Oggi comandano i contatti internazionali, i nomi globali». Insomma quelli che funzionano a Torino come a Berlino o a Barcellona.
Il repertorio maschile resta più stabile, quello femminile vola. «Il mito cede il posto alla moda e i nuovi eroi hanno i nomi degli attori americani» dice Papa. E infatti arrivano Jennifer, Jessica, Sharon, Samantha, Nicole, Greta, Ylenia. Una generazione cresciuta più davanti allo schermo che davanti al calendario dei santi.
E la territorialità? Quella si è sciolta come neve al sole. «Dire “nomi meridionali” ha poco senso: a Torino c’è una mescolanza enorme». E quando i nomi arrivano dal Sud, spesso vengono “aggiustati”: «Una collega si chiamava Maria Rocchina, ma si presentava come Marina. E le Carmela spesso sono diventate Carmen». Il Piemonte, insomma, li accoglie e li rimescola.
Il recupero dei nomi dei nonni, invece, si è fermato negli anni Settanta. Ma attenzione: i cicli esistono. «I nomi dei nonni, quando sono troppo vicini nel tempo, sembrano vecchi; quando diventano antichi, quindi meno riconoscibili, diventano classici e vengono recuperati». E qui Papa tira fuori un esempio personale irresistibile: «Mia madre si chiamava Teresa e un suo professore diceva che era un nome plebeo. Adesso invece è percepito come aristocratico, anche per via della tradizione asburgica».
E oggi? Oggi vincono Leonardo, Tommaso, Alessandro. Tra le bambine Sofia, Aurora, Matilde. Nomi che sembrano antichi e moderni allo stesso tempo, perfetti per Instagram, ma anche per l’albero genealogico. E poi c’è una tendenza che Papa individua con chiarezza: «I nomi di tradizione germanica sono molto ricercati: sono forti, poco legati ai santi e quindi più liberi».
Alla fine, la studiosa chiude con una frase che sembra fotografare non solo i nomi, ma l’Italia intera: «Le scelte si svincolano dalla tradizione familiare e si aprono a nuovi modelli». È l’immagine di un Paese che cambia pelle, che si globalizza, che abbandona la genealogia per inseguire il presente.
Dal Peder lofi medievale ai Noah e ai Leonardo di oggi, alle Anabia, Sara, Inaya, agli Adam, Amir e Rayan, il Piemonte ha attraversato secoli di trasformazioni linguistiche e sociali. E ogni nome, ieri come oggi, continua a raccontare molto più della persona che lo porta: racconta il mondo che lo ha scelto.

BaNNER
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