Cossano Belbo. Agostino Bussi, classe 1916, portava dentro di sé un passato che non voleva raccontare. Durante la Seconda guerra mondiale era stato fatto prigioniero e deportato nel campo di concentramento di Mauthausen. Ne era tornato vivo, ma quell’esperienza segnò profondamente la sua esistenza. Di quella maledetta storia non parlò mai. Nel dopoguerra trovò una nuova strada nella fotografia. Aprì una camera oscura a Cossano e iniziò a lavorare come fotografo, diventando anche operatore del cinematografo del paese, il Cinema Etna, nelle sere del sabato e della domenica. Aveva imparato il mestiere da un fotografo ambulante che risaliva dalla Liguria lungo tutta la valle Belbo. Da lui apprese a sviluppare le lastre, a conoscere la luce e a comporre gruppi con una sensibilità e una precisione fuori dal comune. Frequentò anche lo studio Bianco di Cortemilia, dove affinò ulteriormente la tecnica. Era un ottimo fotografo e conosceva bene la chimica necessaria allo sviluppo delle immagini. All’epoca la camera oscura era un vero laboratorio artigianale: ore trascorse tra negativi, bagni chimici e stampe. La sua camera oscura era allestita alla meglio; durante il giorno penetravano raggi di luce, perciò preferiva lavorare di notte. Il lavoro lo impegnava per intere notti, soprattutto nei periodi di maggiore attività. Il ritocco fotografico era un’arte che richiedeva mano ferma e talento, e Agostino ne possedeva in abbondanza. Ma il suo valore non stava solo nella tecnica: sapeva raccontare il suo tempo. Attraverso i suoi scatti documentò la vita della comunità, dalle nozze ai battesimi, dalle comunioni ai gruppi della leva, accompagnando il passaggio dal dopoguerra agli anni Sessanta. In un certo senso raccontò un’intera valle attraverso i volti dei suoi abitanti. Sua figlia Giovanna ricorda che, da bambina, lo aiutava nel negozio di Cossano: tagliava fotografie e le sistemava nei piccoli album. Quando venne introdotta la fotografia sulle patenti, il lavoro aumentò enormemente e tutta la famiglia fu coinvolta nella preparazione delle tessere. Oltre alla fotografia, Agostino lavorava la terra e accudiva galline e polli. Era un uomo instancabile, profondamente legato alla sua comunità. Ancora oggi molti lo ricordano con affetto, mentre Giovanna conserva una parte del suo archivio fotografico, memoria viva di un’epoca che sembra lontana ma continua a parlare attraverso le immagini che egli ha lasciato. Il suo lavoro resta una testimonianza preziosa della storia locale, capace di unire memoria personale e identità collettiva, restituendo dignità e voce a un mondo ormai scomparso.
Bruno Murialdo


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