Il suono delle conchiglie tra le colline del Roero

A mezzogiorno del Sabato Santo, un rito popolare che attraversa paesi, campanili e comunità, unendo tradizione, memoria e identità rurale

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Ogni terra ha un suono, tutto suo. E non è sempre detto che rispetti i canoni del pentagramma. Anche il Roero ha il suo: ed è quello delle conchiglie, che tra queste colline diventano uno strumento in cui collimano armonia (in senso “acustico”, ma anche in termini di collettività), tradizione, cultura popolare. C’è un momento preciso in cui questo vero e proprio rito spalanca le proprie ali: ed è il mezzogiorno del Sabato Santo. È l’indomani della morte di Gesù: quando da qualche ora le campane tacciono, in attesa di esplodere di nuovo alla sera, per annunciarne la resurrezione nella veglia pasquale, una volta lavati con la liturgia del fuoco e quella dell’acqua. E occorre dare un riferimento, in quell’istante, a chi vive in queste terre: fosse anche solo per ricordare a chi lavora che è ora di pranzo, del “disné”, in una vita rurale che resiste nei propri tempi. È tra queste linee che, molti anni fa, emerse spontaneamente questo rito: a partire dal Castel Verde di Castagnito, il bricco che sovrasta il capoluogo e lo stesso municipio, ultimo residuo fisico di un “maniero che non c’è”. È lì che l’allora Pro Loco, con i suoi sodali, decise di darsi ritrovo per soffiare dentro quelle conchiglie, emettendo motivi talvolta intonati, di certo penetranti, destinati a spargersi nell’aria e raggiungere gli altri centri di questa parte della Sinistra Tanaro. Non fu – e non è – l’unico paese a vivere questa consuetudine: in un misto di sfida e di diritto di primogenitura, il “suonare” pre-pasquale conosce epigoni anche a San Servasio di Castellinaldo d’Alba, a Magliano Alfieri (chi sul bastione del castello, chi sul colle di Santa Maria), a Guarene tra le linee del campanile parrocchiale e la Confraternita dell’Annunziata, ma pure a Vezza d’Alba, e sino a Canale. Centri che hanno molto in comune, tra loro: tutti, tra l’altro, vocati alla produzione del Castellinaldo Barbera Doc. Ma questa è un’altra storia. Chi non possiede una conchiglia, ne cerca una: e, se proprio non la trova, è comunque ben accolta, a patto che porti con sé un altro “non strumento”, vuoi una caccavella, vuoi una raganella. Difficile ritagliare un motivo pieno sulle ragioni di questo rito: anche perché – direte voi – il mare avrebbe poco a che vedere con il Roero. Avete ragione: anzi, no. Di conchiglie, questa terra, abbondava in tempi remoti: cose da un milione e 200mila anni fa, dal Pleistocene. E poi c’è da dire che la Sinistra Tanaro, con le riviere marittime, un rapporto tutto suo ce l’ha eccome: se si pensa ai “cartuné”, che proprio tra Castagnito e Castellinaldo si erano riuniti in gruppo associato, per ricordare tra carrozze, cavalli e abiti d’antan tutto quel periodo in cui i carrettieri facevano la spola da qui alla Liguria per portare il sale, e tutto ciò che si poteva permettere… o nascondere nei barili. Tant’è. Il “Suono delle conchiglie” è una tradizione che non conosce sosta: neppure quando, nel 2020, il Covid e le regole imposero a tutti di starsene a casa. E allora ognuno suonò, ancora: dai campanili e dai cortili, mentre tutto il mondo era fermo. Ogni cosa continua, e si dipanerà anche quest’anno: con l’invito a portarsi nei luoghi abitualmente scelti per tali specialissimi concerti. Il “dove” non importa: anche perché, ormai da tempo, i vari campanilismi sono stati vinti da una superiore “ragione roerina”. I suonatori hanno messo da parte ogni rivalità e deciso di fare territorio, di mettersi in squadra: dopo un censimento dei “pezzi” e dei loro interpreti, ne è nato addirittura un sodalizio, con tanto di atto statutario presso il Civico Museo Eusebio di Alba. E non solo: ad arricchire la svolta, anche un libro di testimonianze, diverse ospitate e la ribalta televisiva del giugno scorso, con un servizio per la popolare trasmissione “Geo&Geo” di Rai Tre.
Perché, a ben vedere – anzi, a ben sentire – questa terra ha davvero una propria melodia: basta ricordarselo, e non solo il Sabato pasquale.

“Canté j’euv”, voci e canti nelle notti di questua

T anti modi per rivivere il rito della questua quaresimale, per reinterpretare la tradizione, ma anche per fare aggregazione: e, possibilmente, per rimettere la musica al centro di ciò che per sua natura è il “canté j’euv”. I paesi del Roero si sono dati da fare, attorno ai rispettivi “fratucìn”, nelle notti precedenti alla Settimana Santa così come prevede questa sorta di cerimoniale non scritto: in un misto di profano, folklore e abbozzi di religiosità. Dal vagare di cascina in cascina vissuto alla lettera a Canale e Monteu Roero – con i Canalensis Brando – e a Santo Stefano Roero: passando per altri episodi notevoli a Castagnito, a Magliano Alfieri (che da sé dovrebbe essere riconosciuto come il vero paese del “canté”, in onore al lavoro di riscoperta svolto a suo tempo dal Gruppo Spontaneo e dall’indimenticato Antonio Adriano), e sino alle suggestioni del rinnovato “Canté j’euv Roero” portato in scena in modo duplice, e più mangereccio, a Monticello d’Alba e a Montaldo Roero, cui spetta in ogni caso un plauso per lo sforzo organizzativo e per gli ottimi riscontri di pubblico. Del resto, tra il “fare” e il “non fare”, è sempre meglio chi si impegna per la propria terra: è solo così che si può crescere, ed evitare che questo momento dell’anno si perda nell’oblio con tutte le sue emozioni. (p.des.)