Non fu un atto amministrativo a segnare davvero l’inizio del mio mandato da sindaco, ma una storia. Una storia che venne incontro prima ancora di essere cercata, portata dalle voci degli anziani come un vento che risale le colline. Era il 1999, e Serralunga d’Alba sembrava un luogo già noto: le vigne ordinate, il castello che veglia come un guardiano antico, il ritmo lento delle stagioni. Bastarono poche parole per incrinare quella certezza. Raccontavano che per cinque o sei generazioni quelle colline avevano visto più ulivi che vigne. Per almeno 250 anni l’argento delle foglie aveva modellato il paesaggio, fino alle gelate dei primi anni dell’Ottocento: un freddo implacabile, entrato nella terra come una lama, capace di spezzare radici e cancellare un’intera coltura. L’ulivo scomparve, e la vite prese il suo posto, come se la storia avesse deciso di cambiare direzione.
Fu allora che don Secondo Pasquero, parroco di San Sebastiano, aprì un vecchio armadio di legno scurito dal tempo. Da quella fessura uscì un soffio d’aria che sapeva di carta antica e di umido, un odore terroso, quasi vivo. Dentro c’erano registri scritti a mano, pagine ingiallite che raccontavano raccolti, dispute, nascite, vendite. E tra le righe, la conferma degli uliveti perduti e perfino uno statuto che prevedeva pene severe per chi danneggiava o rubava una pianta d’ulivo. Era come se quelle pagine respirassero ancora.
Oggi quel passato non è più soltanto memoria. Il Piemonte, e in particolare la provincia di Cuneo, vive un ritorno dell’ulivo. «Il Piemonte sta vivendo una riscoperta della coltivazione degli ulivi in terreni storicamente vocati» afferma Alessandro Bottallo responsabile di Confagricoltura Alba. «L’ulivo non è solo una scelta produttiva, ma un presidio, una sentinella contro il rischio idrogeologico, un modo per restituire bellezza al paesaggio». Antonio Marino, tecnico esperto dell’organizzazione agricola, aggiunge: «Ci sono terreni molto soleggiati, oggi meno adatti ad altre colture, che si prestano perfettamente all’olivo. La potatura è tutto: da lì passa la qualità».
Le cifre non alzano la voce, ma parlano con chiarezza: tra 25.000 e 38.000 piante in Piemonte, distribuite su 252 ettari e dentro 475 aziende. La provincia di Cuneo ne custodisce tra 4.000 e 6.000, sparse in 108 aziende su 42 ettari. Una geografia frammentata ma coerente, che va dalla Bassa all’Alta Langa, fino alla collina saluzzese. Nel Saluzzese, il grande architetto paesaggista Paolo Pejrone fu il primo a riportare l’ulivo in Piemonte. «Non sono mai stato un teorico» ha detto. «Ho lavorato a testa bassa, con buon senso e abilità». I suoi ulivi vivono ancora nel giardino Bramafam, nella tenuta di Revello: tronchi che sembrano meditare, foglie che ricordano ciò che è stato.
Accanto ai pionieri, ci sono i vignaioli che hanno scelto di affiancare l’olio alla vigna. Alfio Cavallotto, di Castiglione Falletto, lo dice con semplicità: «Facciamo vino, soprattutto Barolo. L’olio per me è un hobby, una passione che aveva già mio padre. La qualità è eccellente».
E poi c’è chi ha deciso di impegnarsi in esclusiva. È dentro questo movimento che si inserisce la storia di Edoardo e Matilde Rinaldi, ventisette e trent’anni, cugini alla lontana con un bisnonno in comune. Due ragazzi che hanno scelto di non creare una società nuova. «Ad oggi Meriggio è un marchio dell’azienda Rinaldi» spiegano. «Gli ulivi, invece, appartengono all’azienda agricola di famiglia, che si chiama Azienda Agricola Langaia».
Il loro progetto nasce come una scommessa, quasi un atto di fede. «Siamo all’inizio, quindi facciamo un po’ tutto» dice Matilde. «Ci siamo messi in gioco io e lui, e il marchio Meriggio lo seguiamo praticamente solo noi». Edoardo sorride: «Abbiamo già portato l’olio in una fiera all’estero. Siamo molto contenti. E molto prudenti, perché il progetto è grande».
La scelta ha radici profonde. «I nostri genitori non avrebbero mai tolto la vigna per mettere gli ulivi» dice Matilde. «Per noi, invece, era un modo per affermare chi siamo». Edoardo aggiunge: «In famiglia c’è già il marchio Rainieri, storico. Non aveva senso replicarlo. Volevamo qualcosa che parlasse del territorio e della nostra generazione.»
La scommessa prende forma nell’ex cantina Roche, a Diano d’Alba, dove hanno piantato 1.200 piante. La famiglia, all’inizio, ha reagito con perplessità. «Togliere un vigneto di quattro ettari e mezzo, esposto a sud, è una follia» ammette Edoardo. «Sono volate parole. Ma ora sono contenti: la risonanza è stata molto più grande del previsto».
Il progetto guarda lontano: restaurare la vecchia cantina e trasformarla in un frantoio. «Solo il macchinario serio costa sui trecentomila euro» spiega Matilde. «E poi c’è tutta la ristrutturazione». Per accelerare i tempi, hanno preso in gestione anche 300 ulivi trentennali, sempre a Diano, poco dopo la caserma dei Carabinieri, lungo la discesa verso Montelupo. Le piante nuove hanno tre anni: i primi raccolti arriveranno verso i sei, la piena produzione dai dieci in poi.
«L’ulivo è resiliente, si adatta, e dopo i dieci anni diventa scenico, imponente» dice Matilde. «Dà valore al paesaggio». Edoardo guarda avanti: «Tra dieci anni ci vediamo con un frantoio nostro e più terreni. Stiamo cercando in Alta Langa, perché qui è diventato proibitivo. L’ulivo vuole esposizioni sud o sud-est, non fondovalle: meglio i poggi, terreni asciutti. L’umidità non gli piace».
Il nodo, oggi, è l’assenza di incentivi. «Riceviamo tantissime chiamate da persone che vorrebbero togliere vigne per mettere ulivi» racconta Matilde. «Ma senza agevolazioni è difficile». Edoardo è netto: «Il giorno in cui ci saranno incentivi, molti ci seguiranno».
Intanto il clima cambia. «Negli ultimi dieci anni la temperatura media qui è aumentata di un grado e mezzo» osserva Edoardo. «Un grado e mezzo è tantissimo». E l’ulivo, pianta mediterranea per eccellenza, sembra pronto a risalire le colline dove un tempo era di casa. Come se la storia, dopo due secoli di silenzio, avesse deciso di tornare a parlare.
E in questo ritorno dell’ulivo, che sembra un richiamo antico riemerso dalla terra, si intreccia anche la storia di Edoardo e Matilde. Due traiettorie diverse che convergono nella stessa direzione.
Edoardo viene dalla scuola più dura e più vera: quella dei campi. «Ho iniziato da ragazzino» dice. «Avevo già i calli sulle mani». La sua formazione è fatta di albe fredde, di zolle che resistono, di stagioni che non perdonano. È un sapere che non si insegna: si eredita, si assorbe, si porta addosso come un odore.
Matilde arriva da un’altra via, ma con la stessa fame di futuro. Laureata a Pollenzo, un master in economia, porta con sé lo sguardo largo di chi ha studiato il cibo come cultura, come sistema, come promessa. «Volevo capire come dare valore a ciò che produciamo – dice –. Non solo farlo bene, ma farlo durare».
Quando parlano, le loro voci si incastrano come due linee dello stesso disegno: la concretezza di lui, la visione di lei. «Questa cosa l’abbiamo scelta insieme» dicono. E in quella frase c’è tutto: la genealogia, certo, ma soprattutto la volontà di restituire qualcosa al territorio.
«L’ulivo ti chiede pazienza» dice Matilde. «E ti ripaga» aggiunge Edoardo.
Così, tra calli e libri, tra tradizione e studio, tra la terra che forma e l’università che apre, i due hanno trovato un punto d’incontro: un uliveto che non è solo un impianto agricolo, ma un gesto di fiducia. Un modo per dire che il passato può tornare, e che il futuro, a volte, ha il profumo dell’olio nuovo.+
Il ritorno degli ulivi in Granda tra memoria e clima che cambia
Cresce la coltivazione dell’olivo in provincia di Cuneo: nuove piantagioni, dati in aumento e interesse tra le aziende agricole


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