C’è una linea sottile che unisce la memoria privata alla storia pubblica. A volte passa attraverso le stanze di una casa, altre attraverso le istituzioni di un Paese. Nel caso della famiglia Donat-Cattin, quella linea è diventata un filo che lega generazioni, idee e impegno civile. Il docufilm “Dalla memoria al futuro. I 30 anni della Fondazione Donat-Cattin”, diretto da Marco Aleotti e con la partecipazione di Flavio Insinna, che ha condotto per anni “Tutti a Scuola”, racconta proprio questo percorso: trent’anni di attività della Fondazione nata per custodire il pensiero e l’azione di Carlo Donat-Cattin, storico esponente della Democrazia Cristiana scomparso nel 1991. Il cortometraggio sarà presentato venerdì 27 marzo alle 20,30 ad Alba, nella sala Beppe Fenoglio alla presenza del sindaco di Alba, Alberto Gatto, e del presidente della Regione, Alberto Cirio.
Un luogo scelto non a caso, come racconta Barbara Donat-Cattin, nipote dello statista e figlia del giornalista Claudio Donat-Cattin, storico vicedirettore di Raiuno e anima della Fondazione fino alla sua scomparsa nel 2022.
«Abbiamo scelto Alba perché era il collegio elettorale di mio nonno», racconta Barbara Donat-Cattin. «Era un collegio formato da tre centri principali: Alba, Bra e Savigliano. Mio nonno viveva a Bra – una scelta che forse agli albesi non era piaciuta molto – ma da senatore è stato attivissimo anche qui».
La politica per Carlo Donat-Cattin non era solo un ruolo istituzionale, ma una presenza costante.
«Aveva la segreteria ad Alba e non mancava a nessun appuntamento. Faceva pesare il suo ruolo di ministro, ma soprattutto il suo senso del dovere».
E poi c’era la dimensione familiare.
«Mia nonna Amelia lo accompagnava spesso nei fine settimana. Avevano preso un piccolo alloggio a Bra proprio perché lui potesse restare vicino al territorio. Molti li ricordano insieme alla processione della Madonna dei Fiori, l’8 settembre. Era un appuntamento a cui tenevano molto».
Quando si chiede a Barbara un ritratto più intimo dello statista, la risposta sorprende per sincerità.
«Se lei cerca il Carlo Donat-Cattin privato, devo quasi deluderla: mio nonno era la sua politica. Certo, era anche un padre, un marito, un nonno, ma quella era una parte molto piccola della sua vita. Era una persona profonda, di grande cultura. Amava la poesia, l’arte – soprattutto la pittura – e il buon vino piemontese, così come il dialetto praticato con molti collaboratori e colleghi proprio quando si trovava in Piemonte. Esisteva comunque un Carlo oltre al ministro, senatore come lo chiamavano ed emergeva quando passava il suo periodo di vacanza a Finale Ligure (suo paese d’origine) a giocare a carte con i suoi amici. Lì era solo Carlo e rideva di gusto. È stato un uomo rigoroso, “fedele” ad una politica che spesso, troppo spesso non lo ha premiato, ma a cui lui ha dedicato tutto se stesso anche a costo dell’impopolarità».
Tra i ricordi più personali ce n’è uno che custodisce con particolare affetto?
«Per i miei ventun anni mi regalò un libro di poesie di Montale. Allora rimasi quasi delusa… forse mi aspettavo qualcosa di diverso. È un dono che ho rivalutato tantissimo con il tempo perché ha lasciato un segno. C’è una poesia in particolare che amo molto… ma la tengo per me».
Il docufilm che presenterete ad Alba è un progetto nato da suo padre Claudio.
«Era il primogenito di Carlo. Giornalista di grande esperienza, partito dalla carta stampata e arrivato fino alla Rai è stato vicedirettore di Raiuno e tra gli ideatori di “Porta a Porta” di Bruno Vespa. Dopo la scomparsa di mio nonno si è dedicato alla Fondazione con una tenacia incredibile. In trent’anni ha costruito qualcosa di straordinario e lo dimostrano i numeri: ai convegni annuali hanno partecipato esponenti di tutto l’arco costituzionale come Pier Ferdinando Casini, Fausto Bertinotti, Giancarlo Giorgetti, Roberta Pinotti, Elsa Fornero, Giulio Tremonti e presidenti della Repubblica, da Francesco Cossiga fino a Sergio Mattarella. Ha perseguito una grande intuizione: legare il pensiero di Donat-Cattin all’attualità oltre a diffondere alcune grandi intuizioni di suo padre, come la ricerca sulle culle vuote per ricordare come già nel 1986 Carlo Donat-Cattin fosse profetico anticipando l’inverno demografico. Il docufilm proseguirà il suo tour ed è prevista una proiezione anche alla Cisl».
Barbara, conosce i nostri territori?
«Ho scoperto queste zone solo recentemente e ne sono rimasta incantata: mi piace passeggiare tra i vostri borghi, assaporare il cibo e scoprire luoghi suggestivi. Mi affascinano molto anche gli aspetti architettonici – forse perché sono la mamma di un’architetta – e qui ce ne sono di straordinari: dalla piccola Cappella del Barolo tutta dipinta in mezzo alle colline, all’Acino della famiglia Ceretto, senza dimenticare le tante cantine che sembrano vere e proprie cattedrali».
Oggi la Fondazione prosegue il suo percorso narrativo.
«Alla guida come presidente c’è mia zia Maria Pia Donat-Cattin, ultima discendente diretta della famiglia. Accanto a lei, nel consiglio, ci sono anche figure storiche come Teresio Delfino, già senatore e vicepresidente della nostra Fondazione. In qualità di consigliera di amministrazione mi occupo di una parte di progetti, tra i quali questo docufilm. L’attuale sede, all’interno del Polo del Novecento di Torino è stata una scelta di mio padre. Riteneva che Donat-Cattin fosse un’espressione del Novecento e che la Fondazione dovesse stare nella casa del Novecento».
La memoria serve a costruire il futuro?
«Mio nonno diceva: “Il coraggio della politica, la necessità continua dello studio, dell’analisi e del confronto aperto”. Ritengo che sia questo in fondo il senso della Fondazione. Custodire la memoria, ma allo stesso tempo costruire. Mio nonno è stato un politico poliedrico e molto moderno da cui le nuove generazioni possono imparare ed ispirarsi».


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