Voci Erranti arriva a Savigliano è il teatro che cambia la realtà

Il presidente Marco Mucaria: «Un detenuto a Saluzzo mi ha detto che sul palco è tornato di nuovo a sentirsi come una persona»

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C’è un momento, nel silenzio di un laboratorio teatrale, in cui il mondo sembra trattenere il fiato. Il corpo torna a essere un luogo abitabile, il respiro si distende, lo sguardo incontra quello dell’altro senza difese. È un istante fragile e potentissimo, in cui qualcosa si allenta e qualcosa si apre. È lì che nasce il teatro che trasforma, quello che non cerca la perfezione ma la verità, quello che non si accontenta di rappresentare ma pretende di toccare. Jerzy Grotowski, il regista polacco che alla fine degli anni Sessanta ha rivoluzionato il teatro contemporaneo, lo aveva intuito con una chiarezza che ancora oggi brucia: «Non è il teatro ciò che conta, ma il coraggio di attraversare la distanza tra me e te, per non perderci nella folla». Da questa intuizione semplice e radicale prende forma il lungo viaggio di Voci Erranti, un viaggio che da venticinque anni continua a muoversi, a cercare, a interrogare.
Ed è proprio questo viaggio che domenica 15 marzo, alle 21, approderà al Teatro Milanollo di Savigliano con “Fin che la barca va”, uno spettacolo che non è solo una celebrazione, ma una restituzione, un atto di memoria e di futuro. Perché Voci Erranti non è mai stata soltanto una compagnia teatrale: è una comunità in cammino, un laboratorio permanente di umanità, un luogo dove le storie trovano spazio, voce, dignità. Ogni volta che un gruppo entra in sala, ogni volta che un corpo si mette in gioco, ogni volta che una parola si libera, qualcosa si rimette in moto.
Da sempre questa comunità di artisti, educatori e sognatori attraversa margini e fragilità, portando luce dove spesso regna il silenzio. Nei loro laboratori si gioca con il corpo come fosse un territorio da riscoprire, si ascolta il tempo interiore, si dà voce a ciò che era rimasto nascosto. «Qui si può respirare senza paura – racconta Grazia Isoardi, direttrice artistica – e ognuno ritrova un pezzo di sé che credeva perduto». È uno spazio senza giudizio, dove la creatività diventa un diritto e la relazione un atto di fiducia reciproca. Un luogo dove si impara a stare, a guardare, a lasciarsi guardare, a riconoscere la propria vulnerabilità come una forza.
Il teatro ha condotto Voci Erranti nelle periferie sociali, nelle vite sospese, nelle celle della Casa di Reclusione di Saluzzo. In quei corridoi chiusi, dove il tempo sembra immobile, la scena ha aperto spiragli. «Quando un detenuto ti dice che sul palco si sente di nuovo una persona, capisci che il teatro non è un lusso – afferma Marco Mucaria, presidente della cooperativa – ma un modo per rimettere al mondo chi era stato dimenticato». È così che lo scarto diventa risorsa, che ciò che era ai margini torna al centro, che la fragilità diventa materia viva. Ogni laboratorio è un attraversamento, ogni prova un atto di fiducia, ogni spettacolo una restituzione alla comunità.
Da questa visione sono nati progetti che hanno cambiato destini e restituito dignità. Il Caffè Intervallo a Savigliano, dove il lavoro diventa incontro e quotidianità condivisa. Il biscottificio all’interno del carcere di Saluzzo, dove mani che avevano perso fiducia hanno ricominciato a impastare futuro, trasformando farina e zucchero in possibilità concrete. Il progetto Ri-Esco, che accompagna chi esce dal carcere verso una nuova possibilità, sostenendo il passo più difficile: quello fuori dalla porta. «Nessuna saggezza nasce dalla rimozione dei rifiuti – ricorda Isoardi – bisogna ripartire proprio da ciò che gli altri scartano, se vogliamo immaginare un domani diverso». È un modo di guardare il mondo che ribalta le gerarchie: ciò che sembrava inutile diventa patrimonio, ciò che era periferia torna a essere centro.
Oggi Voci Erranti è una cooperativa sociale, un presidio culturale, un laboratorio permanente di umanità. Ogni spettacolo è la restituzione di un percorso condiviso, una creatura che cresce insieme a chi la genera, un atto d’amore verso la comunità. Non è solo teatro: è un modo di stare al mondo, di ascoltare, di prendersi cura, di riconoscere che la bellezza può nascere anche dove nessuno la cerca.
Isoardi e Mucaria curano lo spettacolo, guidando ancora una volta questa barca errante attraverso acque calme e tempeste: «Finché c’è qualcuno disposto a mettersi in ascolto, la barca non si ferma» dice Isoardi. Mucaria di rimando: «Il nostro compito è semplice: non lasciare indietro nessuno, nemmeno chi pensa di non avere più voce».
E la barca continua davvero, perché il teatro, quando è vivo, non rappresenta: accompagna. Ti ricorda che anche nelle vite più stropicciate c’è un punto da cui ripartire. E che anche il buio più fitto può lasciar filtrare una scintilla. E allora la barca va, continua a muoversi, a cercare, a chiamare. Perché, come scriveva Grotowski, «L’arte è una maturazione, un’evoluzione, un elevamento che ci permette di emergere dall’oscurità in un bagliore di luce».