Perché scioperare contro una ricorrenza?

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Lo sciopero proclamato dalla Cgil per il 9 marzo, in occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne, ha lasciato più di qualche perplessità. Non la causa, sia chiaro. La parità, la libertà e la dignità delle donne non sono temi divisivi: sono il fondamento stesso di una società civile. Il dubbio riguarda piuttosto lo strumento.
Lo sciopero, nella sua storia, è una cosa molto precisa: l’interruzione del lavoro per modificare un rapporto di forza nel lavoro. È uno strumento nato dentro il conflitto tra lavoratori e datori di lavoro. Proprio per questo è sempre stato considerato uno strumento serio, quasi estremo. Non lo si usa per abitudine, né per accompagnare una ricorrenza.
Per questo ha sorpreso vedere lo sciopero agganciato a una giornata simbolica.
La Giornata dei diritti delle donne è – o dovrebbe essere – un momento di riflessione pubblica, di dibattito, di mobilitazione culturale e politica. Non è una vertenza sindacale. Non è un tavolo contrattuale. Non è un conflitto industriale. Sono piani diversi, che normalmente non si sovrappongono. Naturalmente lo sciopero non è contro la ricorrenza. È contro il patriarcato, contro le disuguaglianze e contro le violazioni dei diritti delle donne – cioè proprio quei problemi che la Giornata internazionale dei diritti delle donne richiama ogni anno all’attenzione pubblica. Ed è qui che nasce il paradosso.
Quando lo sciopero si lega a una ricorrenza civile, rischia di cambiare natura. Non è più l’atto straordinario con cui i lavoratori interrompono il lavoro per ottenere qualcosa di preciso. Diventa piuttosto un gesto di partecipazione al calendario civile. Un modo per “segnare” la giornata. Il punto è che i calendari civili, per definizione, sono fatti di rituali.
E i rituali, si sa, hanno un grande valore simbolico. Ma raramente modificano i rapporti di forza.
Il problema non è la battaglia – che resta più che legittima – ma il rapporto tra il mezzo e il fine. Perché quando ogni causa diventa motivo di sciopero, lo sciopero smette lentamente di essere un’arma del conflitto del lavoro e diventa una forma di dichiarazione. Una dichiarazione rispettabile, certo. Ma pur sempre una dichiarazione.
Così facendo, lo sciopero finisce per apparire rivolto “contro” la ricorrenza stessa: contro quella giornata che, paradossalmente, dovrebbe ricordare proprio i diritti per cui si sciopera.