Per Barbara Stefanelli sono giorni concitati tra la direzione di 7 e la carica di vicedirettore al Corriere della Sera: si celebrano i 150 anni del quotidiano milanese e lei è una protagonista di questa storia straordinaria, sempre connessa all’attualità, mentre le cronache di guerra che arrivano dall’Iran riportano in primo piano le storie del suo “Love harder: Le ragazze iraniane camminano davanti a noi”.
Come e quando è nata l’idea del libro?
«Dagli eventi del 2022 con la morte di Mahsa Amini. Mi è sembrata subito una storia nuova: una ragazza ventiduenne simbolo di tutte le ingiustizie di un Paese gigantesco».
Perché?
«Racchiudeva tre forme di minoranza. Innanzitutto era una donna, in un Paese dove le donne hanno diritti limitati. Era una curda, appartenente a un’etnia considerata di serie B. E poi era una ragazza di provincia: quando viene fermata dalla cosiddetta polizia della moralità è appena arrivata nella capitale Teheran, sta uscendo dalla metropolitana. Nell’abbraccio collettivo a Mahsa Amini c’era il risveglio di un Paese intero di fronte alle ingiustizie diffuse».
Arrivarono altre storie esemplari.
«Ragazzi e ragazze si raccontavano in diretta durante le proteste con forza, con una voce vibrante, originale, libera. A noi l’Iran appare sempre come un Paese lontano, quasi incomprensibile. In realtà quei ragazzi e quelle ragazze hanno le stesse competenze, stessi valori e soprattutto stessi desideri delle nostre figlie e dei nostri figli».
Quali sono le differenze?
«La più grande tra noi e loro è il coraggio. Condividiamo valori, desideri, aspirazioni. Però noi probabilmente non avremmo il coraggio di mettere i nostri corpi di traverso contro la censura. In questa distanza è nato il libro».
Da dove arriva il coraggio di quei giovani?
«Molte persone che ho contattato ripetono una cosa: quando tutto sembra impossibile, l’ultima forma di vita che abbia dignità e bellezza è la ribellione, a qualunque costo. Poi, negli iraniani c’è una propensione a discutere di tutto, a sentire la vita pubblica come qualcosa di necessario».
Le ragazze sono sempre più istruite: una via di fuga per la libertà?
«La percentuale di ragazze e ragazzi che frequentano l’università è praticamente identica a quella italiana. Le ragazze sono numerosissime nelle facoltà scientifiche. La rivoluzione del 1979 puntava sull’alfabetizzazione delle masse come strumento di giustizia sociale. Paradossalmente, il regime si è tirato la zappa sui piedi. Quando formi generazioni intere, inevitabilmente nasce anche il desiderio di libertà. Non a caso ogni anno circa 150mila giovani altamente qualificati lasciano l’Iran e non tornano più».
E poi c’è internet.
«Una delle immagini più belle prima della violenta repressione di gennaio è stata quella della mezza maratona di Kish, su un’isola del Golfo Persico: centinaia di ragazze con la maglietta rossa, tutte a capo scoperto, che correvano insieme».
Una storia che ha nel cuore?
«Quella di Nika, una ragazza di sedici anni. Vive con la zia e dice la classica bugia di tanti adolescenti: “Vado a dormire da un’amica”. In realtà va in piazza. I pasdaran si convincono che sia una delle leader della rivolta. La fermano, la picchiano così violentemente da ucciderla. La solita versione ufficiale: si è suicidata. Storie enormi e semplicissime: ragazze che escono di casa e vanno in piazza».
Accade sempre di più.
«Accadeva anche in altri momenti della storia. Montanelli raccontava i giovani ungheresi del 1956 falciati dai carri armati sovietici. Oggi però il regime ha rafforzato enormemente l’apparato di sicurezza. E questo rende molto difficile capire che cosa succederà».



|
|








