«La vecchiaia è un territorio dove scopro nuove possibilità»

Lo scrittore Erri De Luca a Dronero per presentare il suo libro “L’età sperimentale” scritto a quattro mani con Inès de la Fressange, icona di Chanel: «Guardiamo al futuro con uno sguardo privo di aspettative e timori»

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Scrittore, poeta, intellettuale, attivista, giornalista: Erri De Luca porta con sé una voce che lascia traccia. Sarà a Dronero, al Teatro Iris, mercoledì 18 marzo alle 21, in conversazione con Mario Bosonetto per la rassegna Ponte del Dialogo. Si parlerà del libro “L’età sperimentale”, scritto a quattro mani con Inès de la Fressange, storica icona di stile di Chanel. Nell’attesa dell’incontro ci siamo parlati.

La vecchiaia come territorio nuovo: che cosa significa viverla restando parte attiva della comunità?
«Succede di sentirsi parte attiva di sé stessi. Non una dimissione progressiva da varie attività, ma la scoperta di nuove possibilità. Anche il semplice potenziamento di un muscolo in seguito ad allenamento dimostra la capacità del corpo di generare abilità. Poi l’aumento dell’età media, la migliore tenuta fisica di molti anziani ha migliorato la loro utilità nella società. I pensionati di ieri facevano sì e no una partita a bocce, questi di oggi fanno attività sportive e sono attivi nel volontariato. Insomma si tratta di una nuova età senile che chiamo sperimentale sia individualmente che collettivamente».

Dalla sua “radura”, quali segnali del presente le sembrano più decisivi per il futuro collettivo?
«Da vecchi si guarda il futuro che sarà sgombero della nostra presenza. Dunque lo sguardo non è offuscato dalle aspettative, dai timori. Il futuro che vedo sarà impegnato a riparare i guasti procurati dalle ultime generazioni in circolazione, un futuro da infermieri del mondo. Comporterà una conversione degli stili di vita, perché come San Paolo sulla via di Damasco, sarà prima passato per una rovinosa caduta, seguita da un accecamento. Trasformerà- i persecutori della vita del pianeta in suoi protettori».

Quale scoperta personale della terza età ha cambiato il suo modo di stare nel mondo?
«Picasso una volta disse che ci aveva impiegato tutta la vita per arrivare a disegnare come un bambino. Questo è il traguardo, imparare come bambini, sentire il bisogno d’iscriversi alla prima elementare per poter guardare il mondo esattamente. Imparare da capo, mettere un nome nuovo alle cose».

Che cosa resta delle serate con Gian Maria Testa e come continua a parlarle la sua voce?
«L’ultima residenza delle persone non è il cimitero, ma il loro ricordo dentro le persone. La morte non ha avuto il diritto all’ultima parola di Gian Maria, perché dentro di me lui e altre assenze si affacciano, riempiono una mia ora. Di recente su un palco di teatro ho raccontato le serate che facevamo insieme col titolo “Chisciotte e gli invincibili “, le storie che raccontavamo, le battute tra noi, il bicchiere di vino sul tavolo. Lui c’era e alla fine gli applausi erano per noi due».

In una società che nasconde la fragilità, quale valore attribuisce al mostrarsi vulnerabili?
«Scopro che la vecchiaia, della quale sono un principiante, richiede più attenzione fisica, maggiore disciplina di alimentazione e di allenamenti che pratico adesso più di prima per proseguire la mia attività di scalatore. Richiede più esercizio mnemonico, più enigmistica, più letture. E la risposta del corpo continua a sorprendermi. L’età sperimentale, il libro in cui racconto queste scoperte, non è una guida per l’uso della propria vecchiaia, è solo il resoconto della mia esplorazione che per esempio mi porta a fare più spesso scalate senza protezioni, a corpo libero. Su Rai Play c’è un mio racconto visivo di queste libertà. Accetto e anzi sottolineo la mia vulnerabilità. Il mio non è un programma di longevità. Scopo non è vivere chissà quanto ancora, ma vivere il giorno al meglio delle sue possibilità. Traguardo è la stanchezza e il sonno della sera».

Quale responsabilità sente oggi nelle parole che usa quando scrive?
«Da scrittore racconto storie e affermo che le parole possono descrivere tutto. La frase “Non ci sono parole” è sbagliata. Lo so da lettore. Ho trovato nelle letterature descrizioni che neanche potevo immaginare prima. Ambito dell’attività di scrittore è la libertà di parola per la quale impegnarsi affinchè tutti la possano esprimere. Così come il calzolaio dovrebbe impegnarsi perché tutti possano andare in giro con un buon paio di scarpe. Le libere parole sono questo buon paio di scarpe. Vuoti da questo ambito di vocabolario, da cittadino prendo qualche impegno civile che mi coinvolge emotivamente e concretamente, come per esempio in questi anni fare viaggi di aiuti in Ucraina con un grosso furgone condivisi con l’amico Giacinto Fina».