BradiParki trasforma la fragilità in una condivisa forza collettiva

Piero Casalis svela le finalità del sodalizio braidese nato per sostenere i pazienti affetti dalla malattia di Parkinson

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BradiParki Aps è un’associazione impegnata nel sostegno alle persone affette dalla malattia di Parkinson e ai loro familiari, offrendo ascolto, informazione e attività. A presiederla è il dottor Piero Casalis che ne guida con impegno le linee programmatiche e le iniziative.

Dottor Casalis, quando e com’è nata l’idea di fondare questa realtà?
«L’intuizione è stata semplice e spontanea. Ci siamo ritrovati un piccolo gruppo di persone con diagnosi di Parkinson e ci siamo accorti che non eravamo affatto pochi. Ognuno, fino a quel momento, si arrangiava da solo: palestra, fisioterapista, neurologo, psicologa. Abbiamo capito che unendo le forze avremmo potuto fare di più, anche stipulare convenzioni e ottenere condizioni migliori per tutti. Così il 6 novembre 2025 abbiamo ufficialmente costituito l’associazione: siamo andati all’Agenzia delle Entrate, depositato il logo e ci siamo iscritti al Registro Unico del Terzo Settore. Da quel momento è iniziato il nostro percorso come Aps».

Quali esigenze del territorio vi hanno spinto ad attivarvi?
«Il bisogno principale era non sentirsi soli. Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa molto diffusa – in Italia riguarda circa 300.000 persone – ma spesso è accompagnata da uno stigma sociale che porta molti a non parlarne. Noi abbiamo voluto creare uno spazio in cui non ci si debba nascondere, dove si possano condividere difficoltà, ma anche soluzioni concrete. Oggi contiamo 32 persone, provenienti soprattutto da Bra e dal Roero con diagnosi di Parkinson che partecipano attivamente alle nostre iniziative».

Che tipo di attività proponete ai vostri associati?
«Il movimento è fondamentale. Nel Parkinson si verifica una riduzione della dopamina a causa di una lesione di specifici nuclei cerebrali che coordinano il movimento. Accanto alla terapia farmacologica, l’attività fisica costante è essenziale. Grazie anche al sostegno della Fondazione Crc, abbiamo potuto organizzare un ciclo annuale di fisioterapia con sette gruppi, suddivisi in base all’omogeneità dei sintomi. Sono stati predisposti incontri mensili con la psicologa e un progetto settimanale di musicoterapia. A breve partiranno corsi settimanali di Tai Chi e incontri medico-informativi con specialisti come il dottor Bergesio, (neurologo), il dottor Vanni (gastroenterologo), il dottor Prandi (psichiatra) e il dottor Quara (urologo). Inoltre collaboriamo anche con l’Animazione Motoria Sorriso di Fossano per le attività in palestra».

Avete ricevuto sostegno anche dalle istituzioni locali?
«Il Comune di Bra ci ha supportato e concesso una sede in viale Madonna dei Fiori 108, presso il comitato di quartiere».

Oltre all’aspetto sanitario, curate anche quello culturale e sociale?
«Assolutamente sì. Abbiamo lanciato il progetto “La bellezza cura il Parkinson”, perché crediamo che non si debba nutrire solo il corpo: visite all’Abbazia di Staffarda e alla mostra sulla Pop Art a Cherasco sono state l’inizio. Stiamo programmando una visita all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Vogliamo creare comunità e rafforzare la rete di sostegno reciproco».

Chi sono i membri del direttivo che la affiancano?
«È un lavoro di squadra: con me ci sono il vicepresidente, l’avvocato Bruno Milanesio, la segretaria Antonella Torto, la tesoriera Vanda Rosso e Marina Isu, consigliera comunale».

Pensa che il vostro modello possa essere replicato?
«Ce lo auguriamo. In provincia esistono altre realtà, come l’associazione “ParkiAmo”di Alba presieduta da Lorena Baldassin e quella di Tarantasca “Parkimaca” del preidente Claudio Rabbia che copre l’area cuneese. Ma il bisogno è grande. Se in pochi mesi a Bra abbiamo coinvolto 32 persone, significa che c’è un’esigenza concreta. Il nostro sogno è creare una “rete di reti”, con al centro non solo il paziente, ma anche la famiglia. Perché il Parkinson cambia la vita, ma non deve togliere dignità, relazioni e progettualità».

Qual è il messaggio finale che vuole lanciare?
«Non bisogna affrontare il Parkinson da soli. Parlare, condividere, muoversi insieme fa la differenza. Operiamo per trasformare una fragilità in una forza collettiva».