L’outdoor accessibile a tutti nel metodo di Lucia Capovilla

L’atleta veneziana, nazionale di paraclimbing, ospite del Terres Monviso Festival con il suo caso: «Lo sport insegna a lavorare su ciò che si può migliorare»

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Prima dell’intervista, premette che a domande “banali” darà risposte prive di entusiasmo. Ha ragione, Lucia Capovilla, classe 1993, veneziana, infermiera, atleta della Nazionale italiana di paraclimbing e pluricampionessa mondiale, una delle voci più autorevoli di uno sport ancora poco “compreso” sul piano della comunicazione prima ancora che dal punto di vista sportivo. L’appuntamento del Terres Monviso Outdoor Festival, dal 13 al 15 marzo, sarà un’occasione per fare luce su un profilo che sfugge alle etichette. La sua presenza a Saluzzo non è una semplice testimonianza motivazionale: si inserisce in un programma che quest’anno mette al centro il tema della disabilità nell’outdoor. E in tale contesto, la presenza di Capovilla assume un valore preciso: lei è semplicemente una professionista dello sport che porta con sé un metodo.
Nel suo intervento, dedicato in particolare agli studenti, il punto di partenza sarà sempre lo stesso: «È una sfida con me stessa». Un approccio che nasce dall’esperienza concreta: Capovilla è nata senza l’avambraccio sinistro e ha iniziato ad arrampicare da bambina, trasformando progressivamente quella che poteva essere percepita come una limitazione in una modalità tecnica diversa. Nella sua narrazione, il focus è sempre sul gesto, sull’allenamento, sulla precisione. Le sue riflessioni lasciano il segno: «Non voglio essere un esempio di forza o di coraggio. Voglio essere una persona normale che ha trovato nello sport uno spazio di libertà». E ancora: «Il mio obiettivo non è vincere una gara. È continuare a crescere, dentro e fuori dalla parete». Oppure: «Lo sport mi ha insegnato ad accettare ciò che non posso controllare e a lavorare su quello che invece posso migliorare».
Questa visione si lega al tema più ampio del festival: l’outdoor accessibile. Non significa semplificare le discipline o renderle “inclusive” solo a parole, ma ripensare attrezzature, approcci, formazione. «Arrampicare è valorizzare le diversità», spiega. Più che etico, è un messaggio letteralmente sportivo: ogni corpo è diverso, ogni via richiede strategie differenti. La parete, in questo senso, diventa un luogo di conoscenza.
Un aspetto centrale del suo lavoro è proprio la formazione. Oltre all’attività agonistica, Capovilla porta avanti incontri con scuole, università e associazioni, lavorando su sicurezza, consapevolezza del rischio e gestione della paura. Temi fondamentali anche nell’outdoor, spesso trascurati in una comunicazione che privilegia l’estetica dell’avventura. L’approccio di Lucia è opposto: prima la tecnica, poi il racconto. E il Terres Monviso Outdoor Festival, in questo senso, diventa una piattaforma ideale perché non si limita allo spettacolo sportivo, punta a costruire una cultura diffusa della montagna, coinvolgendo enti locali, associazioni, aziende e territori. L’obiettivo è anche quello di promuovere il turismo sostenibile e rafforzare la filiera economica legata all’outdoor, dalle attrezzature alla ricettività.
Lucia intanto ha raccontato così il suo debutto: «A Venezia nel 2015, dopo che un gruppo di amici mi chiese di provare. Avevo tentato alle medie, con la protesi e la corda dall’alto, non era stata una bella esperienza. Poi è stato tutto diverso, forse perché avevo fatto anche un percorso di crescita personale. Ho iniziato in una palestra indoor. Mi è piaciuto fin da subito poter utilizzare tutto il corpo. Mi dà soddisfazione perché riesco a compensare, lavoro sulla coordinazione, trovo il mio metodo. La scalata, quando ti senti bene, è un po’ come danzare». E proprio l’outdoor è qualcosa che va oltre la performance, significa inclusione reale, competenza, crescita personale. Anche per questo il festival ha scelto di collocare l’intervento di Lucia Capovilla in un contesto didattico, dentro Didattiland, l’area dedicata alla formazione. Un segnale chiaro: il futuro di questi sport passa dalla scuola e dall’educazione.
Nel racconto dell’atleta, emerge anche un altro elemento: il rapporto con la paura: «La paura c’è sempre. Non sparisce mai. Però impari a conoscerla e a gestirla. È parte del percorso». Non è intesa come ostacolo, ma come strumento. «L’arrampicata – dice Lucia –, obbliga a conoscere i propri limiti e a gestirli. È un processo continuo, che non si esaurisce con la vittoria». Perché in definitiva: «Non mi interessa dimostrare che una persona con disabilità possa fare le stesse cose degli altri. Mi interessa che ognuno sia in grado di trovare il proprio modo di farle». Avevi ragione, Lucia, andare oltre le banalità è una questione di entusiasmo. Per la vita.