La buona notizia è che in Italia cresce l’occupazione femminile. La cattiva è che le buste paga continuano a essere più leggere di quelle degli uomini, gap sul quale incidono il maggior ricorso al part time, le qualifiche generalmente più basse e il prevalente impiego in settori con guadagni inferiori. Secondo il Rendiconto di genere dell’Inps, appena presentato, nel 2024 la retribuzione giornaliera media lorda delle donne nel settore privato è stata di 82,63 euro: 25,73 per cento in meno rispetto agli uomini che hanno raggiunto 111,25 euro.
Numeri che fotografano il persistere di un divario ingiusto, di una differenza che in apparenza s’attenua e invece trascina antichi pregiudizi. Pensate che l’anno scorso il tasso di occupazione medio per le donne tra i 15 e i 64 anni è stato del 53,3 per cento, in ascesa eppure sempre inferiore di 17,8 punti rispetto a quello maschile. Il gap salariale, accentuato in Italia, è per altro diffuso in tutta Europa, affondando radici, con naturali eccezioni, in analoghe scelte, spesso obbligate: dagli orari ridotti per curare i figli o dedicarsi ad attività domestiche all’occupazione prevalente in settori meno pagati, ad esempio l’istruzione o l’assistenza. Ed è incredibile rilevare come la differenza persista nonostante i livelli scolastici siano ormai più alti per le donne, statistica confermata in Italia dove rappresentano il 52,6 per cento dei diplomati e il 59,4 dei laureati. Va poi aggiunto, ed è particolarmente triste, che penalizzante è anche la scala di carriera: poche dirigenti (solo il 21,8 per cento) e retribuzioni inferiori, specie tra i manager nonostante le donne ottengano in genere risultati eccellenti.
Un aspetto sul quale interrogarsi e lavorare, anche perché il divario retributivo attraversa il tempo mentre altri gap di genere s’attenuano o scompaiono. “La parità nel lavoro non si realizza con interventi simbolici, ma con misure strutturali e misurabili” riflettono i vertici dell’Inps, inserendosi in un solco che da anni individua la causa principale nell’assenza di politiche di conciliazione tra orari di lavoro e carichi familiari, nonché nella mancanza di adeguate misure di sostegno alla genitorialità: basterebbero per permettere a molte donne di non rinunciare al lavoro o affrontarlo senza sacrifici che frenano le carriere, ma che sarebbero comunque inutili se non contribuiamo tutti, come prima cosa, a superare stereotipi culturali che ci accompagnano da secoli, per cui sembra scontato debba essere la donna ad occuparsi della famiglia. Al punto che formarla, nel 2026, diventa ancora, rispetto al lavoro, una scelta parallela o addirittura incompatibile.



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