«Dobbiamo smettere di guardare le montagne dalle città». La frase è di Angelo Gaja e non è una provocazione ornamentale. È un cambio di asse. Uno spostamento di prospettiva che contiene, in sintesi, l’intero senso del laboratorio promosso da Confindustria Cuneo. Guardare la montagna dalle città significa considerarla altrove. Margine. Paesaggio. Destinazione. Significa attribuirle una funzione accessoria rispetto al centro. Smettere di farlo implica riconoscerla come spazio politico del presente, non come residuo del passato. Le Terre Alte non sono uno sfondo. Non sono una quinta teatrale contro cui si proiettano nostalgie urbane. Sono sistemi socio-ecologici complessi, luoghi in cui ambiente, lavoro e comunità convivono in equilibrio fragile. E proprio per questo diventano uno dei terreni più sensibili su cui misurare il modello di sviluppo del Paese. Il confronto cuneese non è stato un convegno celebrativo. È stato un laboratorio di pensiero. Un luogo in cui impresa, cultura, amministrazione e testimonianze personali hanno provato a interrogarsi non tanto su come “salvare” la montagna, quanto su come restituirle centralità.
L’innesco: dalla lettura alla visione
L’origine dell’incontro sta in una lettura. Gaja racconta di aver trovato, in un intervento di Andrea Ferrazzi, una riflessione capace di spostare il dibattito: la montagna non come luogo da compensare, ma come spazio da attrezzare. In un’epoca in cui le città diventano isole di calore, congestionate e costose, la domanda cambia segno. Si parla di inverno demografico», osserva Gaja. «E se invece fosse possibile girare la frittata e farlo diventare una primavera demografica?». La questione non è romantica. Non riguarda un ritorno alla ruralità idealizzata. Riguarda la possibilità di rendere la montagna un luogo stabile di vita e di lavoro. «Non sussidi o borghi di cartolina», scrive Ferrazzi, ma investimenti strutturali in infrastrutture, competenze, innovazione.
Occorre attrezzarla con infrastrutture digitali, scuole, sanità, mobilità e servizi per renderla abitabile in permanenza. Solo così si trasforma la fuga in scelta.
Impresa e territorio: destino comune
Ad aprire i lavori è Giuliana Cirio, direttore generale di Confindustria Cuneo, che chiarisce la postura dell’associazione promotrice: «I nostri imprenditori non hanno a cuore soltanto il futuro della loro impresa, ma hanno a cuore il futuro del loro territorio». E ancora: «L’interesse di uno è l’interesse di tutti e viceversa». La montagna non viene evocata come problema da gestire, ma come responsabilità condivisa. Se oltre metà del Piemonte è territorio montano, la sua marginalizzazione compromette l’equilibrio complessivo della regione. L’impresa diventa così presidio civile. Non attore isolato, ma parte di un ecosistema territoriale che deve tenere insieme produzione, servizi e coesione sociale.
Il disagio della retorica
A rompere ogni retorica interviene Fredo Valla, con parole nette: «Provo un certo disagio a sentir parlare di rinascita della montagna da persone che amano la montagna ma non ne hanno esperienza di vita». Segue la frase che resterà impressa: «Il patentino da montanaro e il diritto di parola lo si dà soltanto a chi ha trascorso perlomeno tre inverni con neve e con figli che vanno a scuola». Dietro l’ironia, una richiesta di legittimità. La montagna non può essere raccontata soltanto da chi la attraversa. Deve poter parlare attraverso chi la vive. «Noi in montagna non abbiamo bisogno di borghi belli con i vasi di gerani sui davanzali – afferma –. Abbiamo bisogno di una farmacia». E di scuole, relazioni, servizi. Di bambini che possano giocare senza trasformare i genitori «in taxisti che non fanno nient’altro che prenderli e scaricarli su e giù». E poi la diagnosi più amara: «Spesso quella di montagna è una società stanca, capace soltanto di rivendicare e non di proporre». Il laboratorio nasce anche per rispondere a questa stanchezza culturale.
Nostalgia o fiducia
Ferrazzi porta la discussione su un piano più ampio: «Perché i luoghi che amiamo non riescono più a immaginare il proprio futuro?». L’economia della conoscenza concentra capitale umano e innovazione in pochi hub urbani. I territori di margine rischiano di diventare luoghi della nostalgia. Da qui la distinzione destinata a sedimentare nel dibattito: territori della nostalgia e territori della fiducia. «Oggi il futuro sembra un’esclusiva delle città», osserva. E questa frattura produce diseguaglianze territoriali che diventano anche fratture democratiche.
La scelta di tornare
In questo quadro si inserisce la testimonianza di Alessia Caramello, imprenditrice nel settore dell’impiantistica industriale a Demonte. «Io sono nata nell’87, da sempre risiedo a Demonte. Mio fratello e io abbiamo frequentato tutte le scuole in valle Stura e ci siamo laureati a Torino per poi ritornare sapientemente, coscientemente a Demonte». Non restare. Tornare. E poi l’autocritica: «I primi che portano avanti tutti i luoghi comuni siamo noi montanari stessi. Ci auto-imponiamo dei limiti. Le parole creano la realtà». La vera battaglia, afferma, «non si giocherà sull’attrarre 100mila persone, ma sull’aumentare il valore di quelle che oggi lavorano sul territorio». Strutturare imprese capaci di generare competenze. Costruire centri di professionalità anche in valle. «Se vai dal panettiere e non sai cosa chiedere, lui non ti darà niente». È una metafora che vale per la politica e per la maturità imprenditoriale. La montagna non chiede sconti. Chiede strumenti.
Impresa e alleanze, infrastrutture della montagna
A riportare il dibattito sulla concretezza dei numeri è Daniela Balestra, che ricorda come migliaia di microimprese operino nei comuni montani della provincia di Cuneo: «donne e uomini che hanno scelto consapevolmente di rimanere sul territorio». Non rappresentano solo un segmento economico, ma una vera infrastruttura sociale: un forno, una falegnameria, una piccola impresa edile non producono soltanto reddito, ma presidio e relazioni che tengono vivi i paesi. Fare impresa in montagna, tuttavia, significa affrontare costi maggiori e difficoltà di accesso al credito, motivo per cui servono strumenti fiscali mirati e semplificazioni amministrative. Sul piano istituzionale, Marco Bussone, presidente Uncem, richiama la necessità di fare sistema: «Insieme siamo più forti». Le Terre Alte non possono sopravvivere nella frammentazione amministrativa: servono Unioni montane, Green Community e alleanze territoriali capaci di fare massa critica e costruire rete.
Amministrare “come se”
Tra le voci più interessanti, quella della sindaca di Pietraporzio, Giulia Robbione, psicologa, che applica nei progetti comunali la teoria del “come se”. Amministrare come se il paese fosse destinato a crescere. Progettare servizi come se le famiglie aumentassero. Costruire opportunità come se la fiducia fosse già realtà.
Il “come se” non è illusione. È una postura culturale. Anticipare il futuro per renderlo possibile. In territori piccoli, la percezione collettiva incide quanto le risorse economiche. La visione precede i numeri. Il cambiamento climatico colpisce per primo le Terre Alte ma, allo stesso tempo, rende la montagna più attrattiva rispetto a città sempre più calde. La sfida è chiara: enclave residenziale per pochi o territorio produttivo e abitato tutto l’anno? “Attrezzare la montagna” diventa la parola chiave — infrastrutture, servizi, capitale umano. Come ricorda Angelo Gaja, smettere di guardare le montagne dalle città significa riconoscerle per ciò che possono essere: centri di futuro.



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