“Il Paese”, 50 anni di carta e di ostinata voce roerina

I ricordi di Cesare Giudici, dagli Anni Settanta a oggi. Foglio popolare e indipendente

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Cinquant’anni sono un traguardo che, per un giornale nato in un paese del Roero, somiglia più a un atto di testardaggine che a una semplice ricorrenza. “Il Paese” arriva a questo compleanno con l’aria di chi ne ha viste tante e continua a raccontarle senza perdere il gusto di farlo. Cesare Giudice, che di quella storia è stato l’innesco, ricorda bene l’atmosfera degli Anni Settanta: «Sembrano anni luce», dice, pensando a un territorio che stava cambiando pelle, tra ritorni dalle fabbriche, nuove scuole e un desiderio crescente di partecipazione. «Qualcuno definì tutto ciò il ’68 delle campagne» e lui non ha mai smesso di considerarlo un passaggio decisivo.
L’idea del giornale nacque dentro la Pro Loco di Magliano Alfieri, appena costituita. Giudice propose un foglio popolare e indipendente, capace di dare voce a una comunità che voleva discutere apertamente. «I soci fondatori approvarono la mia proposta» ricorda citando Aimassi, Cantamessa e i fratelli Penna, che furono i primi compagni di viaggio. Il nome arrivò quasi da sé: “Il Paese”. «La scelta voleva significare la capacità d’iniziativa culturale che anche i piccoli paesi potevano esprimere» spiega, rivendicando una fierezza che allora non era scontata.
Il primo numero uscì l’8 febbraio 1976: quattro pagine in bianco e nero, 300 copie distribuite all’uscita delle messe. «Il lancio ebbe successo al di là di ogni nostra aspettativa» racconta. A fine giornata c’erano già cento abbonati, pronti a investire mille lire per sostenere l’impresa. La stampa era un rito quasi epico: «Furono necessari ben 79 kg di piombo» dice ridendo, ricordando la sproporzione tra mezzi e ambizioni. Qualcuno lo chiamò “il buletin” come il foglio parrocchiale, ma per Giudice fu il segnale che il giornale aveva trovato casa nella cultura popolare. Negli anni successivi il paese si allargò ai comuni vicini, diventò intercomunale, poi roerino. Nel 1983 la ruota del Roero entrò nel logo, simbolo di un’identità che cresceva insieme al giornale. «È importante che i membri delle nostre comunità abbiano il collante di un’informazione comune» sottolinea Giudice, convinto che un territorio resti vivo solo se continua a riconoscersi nelle proprie storie.
Oggi il giornale è un bimestrale a colori, 1.900 copie, oltre il 40% delle famiglie lettrici di Magliano, Priocca, Govone, Vezza, Castellinaldo, Castagnito e Guarene. Un risultato che nessuno avrebbe immaginato quando le etichette venivano incollate a mano e la distribuzione era un pellegrinaggio porta a porta.
La testata recita ancora “popolare culturale e di informazione indipendente”, un impegno che Giudice difende con fermezza: «L’informazione locale dovrebbe mantenersi indipendente dai poteri economici e politici» ribadisce, ricordando che l’unico riferimento stabile restano «i principi fondamentali democratici della Costituzione». E il futuro? Giudice non indulge in facili ottimismi. «Andremo avanti finché avremo en poc ’d gambe e en poc ’d testa» dice citando un proverbio contadino che vale più di qualsiasi previsione. Finché ci saranno lettori, volontari e storie da raccontare, il paese continuerà a fare ciò che fa da mezzo secolo: tenere insieme una comunità attraverso la sua voce. Forse è questo il segreto più semplice e più vero: un giornale che non fa rumore, ma lascia tracce.