Il Dopoguerra nella lente del cibo Fatto sociale, politico e sanitario

Il senso del convegno di Pollenzo intitolato “Storia dell’alimentazione in Italia - Dalla miseria al miracolo economico”: ecco chi siamo

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«Se non conosciamo la storia del nostro cibo, non capiremo mai la storia del nostro futuro». Con questa immagine potente Carlo Petrini, presidente dell’Università di Scienze Gastonomiche, la scorsa settimana ha aperto a Pollenzo una giornata che ha trasformato la facoltà in un laboratorio vivo di memorie, archivi e immaginari. Il primo convegno del ciclo triennale dedicato alla storia alimentare italiana ha riunito più di venti studiose e studiosi per attraversare, con sguardo nuovo, gli anni in cui il Paese imparava a nutrirsi di nuovo.
Il Rettore Nicola Perullo ha riportato l’attenzione sulle radici dell’Ateneo: «Parlare di storia dell’alimentazione in Italia significa tornare alle basi, ai fondamenti anche del progetto di questa Università». Un invito a rimettere al centro ciò che spesso la retorica gastronomica oscura: il cibo come fatto sociale, politico, sanitario.
A guidare il progetto è il professor Gabriele Proglio, che ha ricordato come questa ricerca collettiva voglia «tenere insieme rigore e consapevolezza politica». Per lui, indagare il dopoguerra significa capire come si costruisce un’identità alimentare, come si negoziano poteri, come si formano desideri. La scelta di Pollenzo, ha sottolineato, non è casuale: «Qui il cibo non è un oggetto, è una lente».
Il primo movimento della giornata ha mostrato il cibo come strumento di diplomazia. Chiara Pulvirenti ha raccontato l’arrivo degli aiuti internazionali come un terreno di incontro e frizione culturale. Emanuele Bernardi ha mostrato come il Piano Marshall orientasse voti e alleanze. Luca Bergonzi ha ricostruito l’ascesa della Federconsorzi, mentre Federico Chiaricati ha ripercorso le origini della cooperazione di consumo. Giovanni Ferrarese ha chiuso con la metamorfosi degli allevamenti intensivi, anticipando questioni che oggi tornano urgenti.
Il secondo panel ha attraversato media e immaginari. Paolo Capuzzo ha evocato il paradosso di Mario Soldati, diviso tra nostalgia rurale e caroselli. Gabriele Rigola ha mostrato come le riviste femminili costruissero nuovi modelli domestici. Giulia Muggeo ha raccontato la pedagogia delle buone maniere, mentre Stefano Magagnoli ha seguito il passaggio dall’austerità al desiderio.
Il terzo segmento ha portato in scena storie minute e decisive: i migranti del Sud descritti da Alberto Capatti, le prime mense scolastiche ricostruite da Silvia Inaudi, la figura di Emilio Sereni, parlamentare del Pci esperto della questione agraria, tratteggiata da Roberto Ibba, l’industria molitoria analizzata da Benedetta Maria Crivelli e Luciano Maffi, fino allo “sciopero della mortadella” dei minatori di Figline Valdarno narrato da Giorgio Sacchetti.
Il finale ha guardato al cinema. Tiberio Tramontozzi ha mostrato Roma come officina del gusto mediatico, mentre Fabio Parasecoli ha letto il neorealismo come linguaggio politico in cui il cibo diventa racconto di classe.
Il ciclo proseguirà nei prossimi due anni, fino a una pubblicazione collettiva. «Tre tappe, tre stagioni della nostra storia alimentare» ha concluso Proglio. «Perché il cibo è sempre una forma di potere, e raccontarlo significa restituire voce a chi lo ha vissuto».