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Andiamocene tutti al Diavolo

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Anche io, come Ponzio Pilato, ho le mie colpe. La più grave? Beh, forse non la più grave, ma certamente una colpa: aver letto “Il Maestro e Margherita” per la prima volta a cinquant’anni. Mea culpa. Mi cospargo il capo di cenere e, come il “crudele quinto procuratore di Giudea” tormentato dall’emicrania e dal rimorso, provo a espiare affrontando il mio diavolo.
Coerente con le mie radici, anziché sedermi su una panchina davanti a uno stagno moscovita, mi appoggio a un palo da vigna davanti alle immortali creste langarole e cerco, non meno inquieto del povero Berlioz, il mio Diavolo sulle colline (ops… una citazione), provando a parlargli con una consapevole e segreta speranza: che oltre all’interessante dialogo non si vada, e che testa e gambe rimangano serenamente attaccate al mio corpo. In questo caso, gli eterni problemi di mobilità delle Langhe potrebbero persino tornarmi utili: di tram, da queste parti, neanche l’ombra.
Ed eccoci, caro Woland. L’ho incontrata tardi, in maniera letteraria e intellettuale s’intende, perché sono ben consapevole di essere già stato attraversato dalle sue ombre, e talvolta dalle sue luci, e di averle più o meno prontamente riconosciute. Tuttavia, la sua conoscenza attraverso il romanzo di Bulgakov mi ha posto di fronte a interrogativi che non solo la riabilitano, almeno nel mio immaginario, ma mi confermano quanto per noi poveri mortali lei sia fondamentale, affinché non si getti del tutto alle ortiche quel Jolly che con la Vita, nel suo senso più nobile, ci è finito tra le mani.
Un diavolo ci vuole, direbbe un altro e ben più illustre figlio delle Langhe. E, per tornare alla citazione di prima, lui il diavolo, proprio per la sua manifesta utilità, l’ha piazzato sulle colline, e anche il suo veniva da fuori, un milanese: lo straniero per antonomasia, per noi piemontesi.
Ma torniamo a est. Nel dialogo con Levi Matteo, emissario di Gesù sul finire del romanzo, Woland pone una domanda che vale per tutti: che cosa farebbe il bene se non esistesse il male? Come apparirebbe la terra se scomparissero le ombre? Oggetti e uomini proiettano ombra; senza ombre non c’è profondità, non c’è rilievo, non c’è forma. È qui la risposta: le ombre e la malvagità vengono dalle cose terrene, dagli uomini stessi. Il male non è un principio concorrente che lotta contro Dio; è una funzione necessaria dell’ordine del mondo. Non c’è uno scontro apocalittico tra bene e male, ma un dialogo necessario per l’equilibrio esistenziale di noi umani. Il diavolo, allora, smette di essere figura teologica e diventa esperienza concreta. È l’irruzione dell’imprevisto che ci costringe a scegliere, a crescere, a diventare adulti, a trovare noi stessi.
Forse la mia colpa non è aver letto tardi questo romanzo. Forse era necessario arrivarci con qualche rimorso sulle spalle, con qualche emicrania morale già sperimentata. Per capire che senza il nostro personale Woland, seduto accanto a noi, non c’è trasformazione possibile. E che, in fondo, anche il diavolo lavora, a modo suo, per la nostra salvezza.

Pierluigi Vaccaneo

BaNNER
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