Ci risponde in quello che dovrebbe essere il suo giorno di riposo, anche se lei stessa ammette di non riuscire mai davvero a fermarsi: «Purtroppo faccio troppe cose. Dovrei riposarmi, ma non ci riesco mai». Oggi, 4 marzo, con la rivista appena uscita, Tosca d’Aquino, con “Cena a sorpresa”, sarà al Teatro Sociale di Alba, nelle Langhe che ricorda con affetto: «Ho girato un film lì, Non c’è due senza te, con Fabio Troiano e Belén. Le adoro».
“Cena con sorpresa” parte da un’atmosfera familiare, ma con un’energia tutta sua. Qual è l’elemento che rende questa serata diversa da tutte le altre?
«È interessante, divertente, emozionante. Toni Fornari ha trovato una chiave fresca, moderna, niente di polveroso. È un testo contemporaneo, con una sorpresa che arriva in modo naturale. Ricorda quei film in cui la figlia porta a casa il fidanzato, ma qui c’è un ribaltamento che tocca da vicino i personaggi».
La commedia nasce da una famiglia “perfetta” che scopre di non esserlo poi così tanto. Cosa l’ha divertita di più in questo gioco di apparenze che si incrinano?
«Proprio questo: la coppia altoborghese, benpensante, convinta di essere aperta, moderna, perfetta. Poi basta un attimo e tutto si incrina. C’è un prima e un dopo molto netto, e nel dopo escono fragilità, finzioni, verità taciute».
Le cene mettono a nudo caratteri, tic, piccoli poteri. Che cosa dei personaggi le sembra più divertente da esplorare in scena?
«La dinamica genitori–figlia–amico di famiglia è irresistibile. Sono tre persone cresciute insieme, con un legame profondo. Quando qualcosa rompe quell’equilibrio, tutto si muove: amicizia, fiducia, ruoli, gelosie. Il pubblico ci si riconosce tantissimo».
La cena è il luogo dove tutti credono di sapere già tutto degli altri. Qual è il momento in cui le certezze iniziano a scricchiolare, senza svelare nulla?
«Quando capiscono che la realtà non è quella che immaginavano. È un attimo: un dettaglio, una frase, un gesto e tutto cambia. E lì il pubblico reagisce, lo senti proprio: “Oh!”, “Ah!”. È bellissimo».
Lei ha un modo unico di far scattare la risata proprio quando sta dicendo qualcosa di vero. La scintilla che accende quel doppio livello?
«La risata non è mai fine a sé stessa. È una risata che fa riflettere. La gente ride tantissimo, ma poi si ferma e pensa: “Aspetta, questa cosa la conosco”. Una signora mi ha detto: “Sono entrata nera, esco che rido”. Questo per me è il teatro».
Il testo mette in crisi le nostre reazioni “benpensanti” quando qualcosa ci tocca da vicino. Quale aspetto di questa fragilità contemporanea le sembra più interessante da raccontare al pubblico?
«Il giudizio. Siamo tutti bravissimi a dire “tutto è permesso”, finché non ci riguarda. Quando tocca la nostra famiglia, il nostro equilibrio, le nostre certezze, lì crolla tutto. È umano, ed è proprio questo che il pubblico sente vicino».
Si parla di amicizia, famiglia, ruoli sociali, ma anche di quanto sia facile perdere l’equilibrio. Quale dinamica le ha dato più spazio per giocare tra ironia e verità?
«Il tema dell’amore con differenza d’età. È delicato, fa discutere. Io stessa, da madre, mi sono immaginata certe situazioni e capisco quanto possa essere difficile accettarle. Ma se c’è l’amore, forse tutto è permesso».
Il progetto gioca molto con ritmo e complicità. Cosa l’ha attratta di più: la possibilità di sorprendere il pubblico o di sorprendere se stessa come interprete?
«Entrambe. Ma soprattutto la complicità del cast. Siamo amici nella vita, ci divertiamo davvero. E quando c’è questa armonia, il pubblico la sente. Si produce energia che passa dagli occhi, dalla voce, dal ritmo. Non c’è un secondo morto».
Il titolo promette una “sorpresa”, ma ogni spettatore la vive a modo suo. L’emozione che spera resti addosso quando si esce dal teatro?
«Che l’amore, quando c’è, può davvero tutto. Che forse dovremmo giudicare meno e ascoltare di più. E che, anche nelle situazioni più complicate, un po’ di ironia e di verità possono farci vedere le cose da un’altra prospettiva».



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