Tra le generazioni ci sono eredità che non si dichiarano apertamente. Non sono scelte imposte né mestieri tramandati per tradizione. Nascono nelle abitudini di casa, nelle telefonate che interrompono una cena, nelle parole ascoltate da bambini quasi senza accorgersene. Nel caso di Rosaria China e Daniela Di Giacomo questa eredità ha un nome preciso: accudimento. Non una vocazione retorica, ma una forma concreta di stare nel mondo. Rosaria ha settant’anni, è stata pediatra per una vita e da poco è in pensione. Daniela ne ha trentacinque, ha già completato una specializzazione in medicina generale e ora ne sta affrontando una seconda in anestesia. Due generazioni unite da un linguaggio comune che va oltre la professione.
Quando è nato Luca, il primo figlio, Rosaria studiava ancora all’università. Daniela è arrivata quando si era appena specializzata in pediatria. Maternità e lavoro si sono intrecciati fin dall’inizio. Con Luca non se la sentì di essere anche il suo medico: preferì affidarlo a colleghi amici. «Quando tuo figlio diventa paziente è difficile separare le due cose. Per questo ho preferito uno sguardo esterno». Con Daniela fu diverso, ma la vita domestica restava quella di una pediatra sempre reperibile. «Se fai questo lavoro lo fai sempre. Il telefono può squillare in qualsiasi momento». Per questo Rosaria era convinta che i figli si sarebbero tenuti lontani da quella strada. «Pensavo che avrebbero odiato il mio lavoro, perché lo vedevano entrare continuamente nella nostra vita». Quando Daniela, all’ultimo anno di liceo, disse che avrebbe provato il test di ingresso alla facoltà, la sorpresa fu grande. «Mi disse: quasi quasi faccio medicina e io le ho risposto: se è quello che vuoi, fallo». Col tempo Rosaria ha capito che ciò che i figli avevano davvero assorbito non era la professione, ma qualcosa di più profondo: l’accudimento. È cresciuta a Napoli in una famiglia semplice. «Non ci hanno mai fatto pesare niente, anche quando le cose erano difficili». Quando una professoressa convinse sua madre a iscriverla al liceo perché era una studentessa brillante, per la famiglia fu una svolta. «Mia madre diceva: il liceo è per i figli dei professionisti. E la professoressa rispose: no, il liceo è per i ragazzi bravi».
Daniela racconta la sua scelta in modo diverso. «Non ricordo un momento preciso in cui ho deciso di fare medicina. È stato qualcosa di naturale». Questo ambiente era sempre stato presente in casa. «Sono cresciuta con quella forma mentis». Non ama parlare di “missione”. «La parola missione mi convince poco. Sembra che sia tutto sacrificio. In realtà è un lavoro molto totalizzante, ma resta un lavoro». Anche le condizioni della professione raccontano due epoche diverse. Quando Rosaria si specializzò, gli specializzandi lavoravano senza retribuzione. «Ai nostri tempi si lavorava gratis per imparare». Daniela invece riceve una borsa di studio già durante la specializzazione. Le differenze emergono anche nel ruolo delle donne nell’ambito sanitario. Oggi sono la maggioranza tra i laureati, ma le posizioni di vertice restano spesso maschili. Durante un intervento, Daniela si è trovata in una sala operatoria composta interamente da donne. «A un certo punto entra il primario e dice: ma dove sono finito? Qui ci sono solo donne». «Le donne sono tantissime nella sanità, ma spesso i ruoli di potere restano maschili». Su questo punto madre e figlia sono perfettamente d’accordo. «Le conquiste delle donne non sono mai definitive».
Accanto alla loro storia c’è anche quella di Luca, il fratello maggiore di Daniela. Non è medico ma ingegnere, eppure dedica molto tempo al volontariato nella Croce Rossa. «Per fargli una vaccinazione lo rincorrevo per casa». Oggi invece ha visto, da volontario, situazioni che lei stessa non ha incontrato in quarant’anni di professione. Tra di loro c’è un rapporto molto stretto. «Mi piace condividere con loro. Con gli amici parlo di altro, con loro so che capiscono». Da quando è andata in pensione Rosaria ha trovato un nuovo spazio proprio nella Croce Rossa. «Un uomo si avvicinò e cominciò a ringraziarci. Ma noi non avevamo fatto nulla per lui. Ringraziava quello che rappresentavamo».
Ciò che unisce Rosaria e Daniela non è la specializzazione, né la professione in sé. È la stessa idea di responsabilità verso gli altri. Rosaria l’ha ricevuta dai suoi genitori. Daniela l’ha assorbita vivendo accanto a una madre medico. Luca l’ha trasformata nel volontariato.
Non è un passaggio di testimone dichiarato. È un cordone invisibile fatto di gesti quotidiani, esempi silenziosi e scelte di vita. Prendersi cura degli altri, semplicemente.
Accudire è una scelta di vita «Un valore imparato in casa»
Madre e figlia, Rosaria China e Daniela Di Giacomo: due generazioni di medici unite dalla stessa idea di cura e responsabilità



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