A Saluzzo, tra rotoli di stoffe e vetrine che sembrano scenografie, nel loro negozio Irma e Cristina Tolin si muovono come due voci della stessa storia. «All’inizio, nel 1970, avevamo articoli semplici» dice Irma, «ma la voglia di crescere c’era già tutta». A sedici anni era scappata dalla campagna per Torino, dove aveva scoperto il mondo dei tessuti. «Mi sono innamorata del lavoro, la gente mi voleva bene». Poi arriva il marito, l’arredo casa, il negozio che prende forma. «Le richieste cambiavano e noi ci siamo adeguati». E mentre parla, sembra quasi di vedere quei primi scaffali, il profumo del cotone nuovo, la timidezza dei primi clienti, la porta che si apre con il tintinnio della campanella.
Dalla famiglia al negozio
«E nel frattempo tre figli…» le ricordo. Irma ride: «Eh sì! Non c’erano tanti soldi, era dura. Ma la famiglia ci ha tenuti in piedi». Cristina ascolta, poi entra in scena con la sua ironia: «Io non ho capito… mi hanno imposto! Una sera mio papà mi fa: “O aiuti la mamma o ti cerchi un altro lavoro”. Io studiavo giurisprudenza, poi lettere… ma non era la mia strada». Irma la guarda: «Lei era già brava da ragazzina. L’ambiente lo conosceva».
«Ha portato cambiamenti?» chiedo. «Molti» risponde Cristina. «Anche se lei frena sempre un po’…». «Ma è stata la nostra fortuna!» ribatte Irma. «È più moderna, più tecnologica. Io non riesco più a stare dietro a tutto». Cristina elenca: nuove disposizioni, nuove vetrine, emozioni prima di tutto. «E qualità: fibre naturali, prodotti che durano. Le clienti apprezzano». «E il passaggio generazionale?» domando. Irma scoppia a ridere: «Quale passaggio? Io non mollo! Questo lavoro è la mia passione». Cristina annuisce: «Le decisioni le prendiamo insieme. Discutiamo, ma poi troviamo sempre un accordo».
Tradizione e nuove idee
La sorpresa più grande arriva dopo il Covid. «I social» dice Cristina. «Abbiamo iniziato a fare dirette il giovedì sera. Dieci minuti per mostrare le novità». Irma sgrana gli occhi: «Io davanti a un telefono? Mai avrei pensato! E invece funziona. Le clienti sono contente di vedermi». «Si fidano di più se c’è lei» conferma Cristina. «Cosa avete imparato l’una dall’altra?», «La pazienza» dice Cristina. «Tanta». «Io ogni tanto la perdo» ammette Irma. «Il cliente oggi è difficile. Lei ci perde troppo tempo. Io avrei già tagliato corto». Si guardano, ridono, si punzecchiano con affetto, come se quel botta e risposta fosse il loro modo di tenere vivo il filo.
Quando si parla di qualità, Cristina si accende: «Ricerca, provenienza, fibre naturali. Il made in Italy quando possibile, ma anche Portogallo o Europa se i filati sono buoni. E poi le tende: lavaggio facile, niente stiro. Io vado a casa dei clienti, lì si crea fiducia». Irma annuisce: «Per le tende ho passato la mano a lei. Richiedono molto tempo, misure, posa… io ormai ho meno pazienza».
Le generazioni future? «Io ho tre figli, e anche lei» dice Irma. «Non so se qualcuno vorrà continuare» aggiunge Cristina. «Uno fa il sommelier, gli altri sono piccoli». «Se qualcuno entrasse in azienda?» chiedo. Irma sospira: «Gli direi che non è facile. Avrebbero la strada un po’ spianata, ma serve tanto impegno. Io sarei felice se la tradizione continuasse. Ma non è una strada semplice».
E mentre parlano, si capisce che il vero passaggio generazionale non è un gesto, ma un filo: quello che madre e figlia tengono da anni insieme, senza mai lasciarlo andare.



|
|








