Scale Perotti, c’è il docufilm «Così le salviamo dall’oblio»

Tutto nasce da un’idea dello speleologo Maurilio Chiri e per la regia di Frank Vanzetti: svelata la meraviglia della Grotta di Rio Martino, opera centenaria costruita in condizioni impossibili dai fratelli saluzzesi

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Dentro la Grotta di Rio Martino, sopra Crissolo, esiste un’altra dimensione. È dominata dal buio, dal suono dell’acqua che scorre e – nella cosiddetta sala del Pissai – dalle famigerate Scale Perotti. Che cosa sono? Una struttura in legno senza eguali nel mondo, realizzata cento anni fa per entrare e uscire da questa realtà parallela. La costruirono le guide alpine del Monviso, Claudio e Giuseppe Perotti, su incarico della sezione Cai di Saluzzo. Un’unicità che sta cedendo all’usura del tempo ma che intanto un docufilm ha salvato dall’oblio. E venerdì 27 febbraio, nel salone del Monastero della Stella di Saluzzo, “Le Sale Perotti” di Frank Vanzetti, prodotto dal Team Esplorativo Acqua su idea dello speleologo saluzzese Maurilio Chiri, sarà ufficialmente presentato.
«Pratico la speleologia dagli anni Ottanta – ci ha anticipato Chiri – e ho iniziato proprio frequentando questa grotta. Ogni volta che salivamo nei rami superiori era un rito fermarsi nel salone della cascata per ammirare quelle scale. Un’opera incredibile, affascinante. Andava documentata prima che le condizioni del luogo la facessero crollare del tutto». Per anni il progetto è rimasto in sospeso: «I tempi non erano maturi. Ora, con il Team Esplorativo Acqua e con la collaborazione di Frank, siamo riusciti a realizzarlo. Determinazione ed esperienza hanno reso possibile il lavoro. Fondamentale è stata l’interazione con il Parco del Monviso, perché si tratta di un’area protetta, come la collaborazione del Comune di Crissolo».
Chiri spiega come le Scale Perotti, oltre a essere una struttura suggestiva, rappresentano una pagina decisiva della storia speleologica locale: «Prima della loro costruzione si conosceva soltanto il tratto dall’ingresso alla sala del Pissai. Con le scale e i ballatoi è iniziata l’esplorazione delle parti sovrastanti la cascata. Sono state utilizzate fino agli anni Sessanta, poi abbandonate quando fu trovata una via alternativa più sicura. Io ne ho percorso ancora una parte nella metà degli anni Ottanta». Frank Vanzetti, speleologo da oltre trent’anni, istruttore del Cai di Aosta, membro dell’associazione La Venta Esplorazioni Geografiche e videomaker professionista, ha tradotto quell’idea in immagini. «Oggi si lavora con corde, argani, generatori e illuminazione moderna – ci ha confidato –. Immaginare due persone, sole, cent’anni fa, con la lampada ad acetilene in testa, nel frastuono della cascata e nel pulviscolo d’acqua, mentre montano scale di legno in salita per oltre cinquanta metri di dislivello positivo, fa impressione. È qualcosa di unico». Di scale in grotta ne esistono, ma quasi sempre sono in metallo e in discesa. «Qui parliamo di scale in legno che salgono – sottolinea Vanzetti – e hanno permesso di aprire una nuova fase esplorativa». Documentarle significa anche preservarne la memoria: «Queste opere non si possono portare fuori e non si può accompagnare il pubblico fin lì. Il nostro compito è raccontare ciò che sta sotto, accendere una luce sulla realtà carsica del territorio».
La Grotta di Rio Martino, facilmente raggiungibile fino alla cascata, è sempre stata meta di visite e di corsi di speleologia. Chiri ricorda che ha ospitato anche esercitazioni del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico e, negli anni Sessanta, l’esperimento scientifico “RM 63” in cui sono stati studiati gli effetti della permanenza di alcuni giorni dentro la cavità da parte di alcuni speleologi dello “Speleo Club Saluzzo F. Costa” del Cai sezione Monviso di Saluzzo. Eppure resta un ambiente selvaggio, privo di illuminazione artificiale. E non ha ancora svelato tutto. Nel precedente lavoro dedicato al sifone terminale, Vanzetti aveva raccontato le immersioni in quel tratto dove l’acqua scompare in una galleria sommersa. «Non è ancora stata trovata l’uscita dall’altra parte – ricorda –. È uno dei grandi enigmi della grotta». Il regista speleologo, per effettuare le riprese, è stato fatto letteralmente “volare” nel vuoto con un sistema di corde e argani: «Son stato il primo a illuminarle, incredibile che le abbiano costruite due persone sole in quelle condizioni di difficoltà». Il docufilm parla del legame con la montagna, del fascino di un’opera straordinaria e fragile, ma anche della volontà di consegnarla alla memoria collettiva prima che il legno ceda definitivamente al tempo che passa.