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Savigliano nella luce di Klimt, un viaggio tra oro, carta e Secessione

A Palazzo Muratori Cravetta, oltre sessanta collotipie in mostra fino al 3 maggio, curate da Diego Repetto e Alberto Mattia Martini

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Si racconta che Gustav Klimt, un pomeriggio qualunque, entrando nel Burgtheater di Vienna, si fermasse a inseguire il tremolio della luce sulle colonne come si segue un pensiero che non vuole farsi afferrare. Rimaneva lì, sospeso, a osservare ciò che nessuno vedeva: un riflesso, un margine, un dettaglio che per lui era già un mondo. È un’immagine che torna alla mente varcando la soglia di Palazzo Muratori Cravetta, dove Savigliano gli dedica un percorso che sembra aprire una porta laterale, quella che conduce al suo laboratorio più segreto.
Fino al 3 maggio (sabato e domenica dalle 15 alle 18.30) “Gustav Klimt – Segno e Visione” invita a entrare nella trama nascosta della sua opera su carta: un territorio di tentativi, ripensamenti, variazioni, dove la stampa non è un semplice mezzo di diffusione, ma un’estensione della sua immaginazione. Le oltre sessanta collotipie provenienti dalla collezione di Fiorenzo Silvestri compongono un paesaggio silenzioso, quasi respirante, in cui la mano dell’artista sembra ancora vibrare. La collotipia, con la sua lastra di gelatina che trattiene la luce come un respiro, restituisce sfumature infinitesimali attraverso un processo lento, quasi rituale: non riproduce, interpreta. Per comprendere la portata di questo viaggio bisogna tornare alla Vienna di fine Ottocento, quando Klimt divenne una delle voci più radicali della Secessione viennese. La città ribolliva di idee nuove: caffè pieni di fumo e discussioni, architetti che sognavano linee pure, musicisti che frantumavano armonie, pittori che cercavano un linguaggio capace di dire l’indicibile. In quel clima febbrile, l’artista non era più un semplice esecutore, ma un architetto del proprio mondo. Klimt controllava ogni fase del processo creativo, dalla pittura alla riproduzione, convinto che anche la stampa fosse parte integrante dell’opera. Il percorso della mostra si snoda attorno a tre edizioni storiche che, tra il 1918 e il 1931, contribuirono a costruire la percezione pubblica di Klimt. La prima, “Das Werk von Gustav Klimt” – “L’opera di Gustav Klimt”, pubblicata da Hugo Heller e seguita passo passo dall’artista. La seconda, “Gustav Klimt. Fünfundzwanzig Handzeichnungen” – “Gustav Klimt. Venticinque disegni a mano”, edita da Gilhofer & Ranschburg. La terza, “Gustav Klimt. Eine Nachlese” – “Gustav Klimt. Una raccolta postuma”, curata da Max Eisler. Tre capitoli che non solo documentano un autore, ma raccontano come la sua immagine è stata costruita, interpretata, tramandata.
Accanto a queste serie, la mostra apre una finestra sulla Vienna della Secessione: numeri originali di “Ver Sacrum”, manifesti d’epoca e due collotipie dedicate al Burgtheater, una firmata da Klimt e l’altra da Franz Matsch.
Matsch, collega e amico dei primi anni, compagno di Gustav ed Ernst Franz Karl, il fratello minore, nella Künstler Compagnie, incarna la stagione accademica da cui tutto ebbe inizio, quando i tre lavoravano fianco a fianco alle grandi decorazioni pubbliche, prima che la modernità irrompesse e la Secessione cambiasse il corso delle cose.
Tra le sorprese del percorso emerge un bozzetto originale inedito, attribuibile a uno studio preparatorio per Bisce d’Acqua II: un frammento che sembra ancora trattenere il respiro dell’idea, presentato accanto alla sezione dedicata ai celebri disegni erotici, dove la linea di Klimt si fa più libera, più istintiva, più vicina al corpo. Il pubblico ha risposto con entusiasmo fin dal primo giorno. «Nella prima domenica di apertura abbiamo sfiorato le cento presenze» racconta l’assessore alla cultura Roberto Giorsino, soddisfatto della vitalità che l’artista continua a generare. Una soddisfazione condivisa dalla responsabile dei servizi culturali Laura Mellano, che osserva come «questa mostra allarghi gli orizzonti della città e apra nuove possibilità di collaborazione».
I curatori Diego Repetto e Alberto Mattia Martini spiegano che il cuore del progetto non è solo la selezione delle opere, ma la riflessione sul modo in cui l’immagine klimtiana è stata costruita e diffusa. «Klimt non è un’icona immobile – affermano – ma il centro di una rete di relazioni tecniche, editoriali e intellettuali che ridefiniscono il concetto stesso di opera d’arte». Le collotipie, aggiungono, «non sono riproduzioni, ma interpretazioni autonome, capaci di generare una nuova aura grazie alla qualità tecnica, alle tirature limitate e al controllo diretto dell’artista».
E mentre si esce dalle sale, con negli occhi ancora l’oro trattenuto sulla carta e la linea che vibra come un respiro, torna alla mente una frase dello stesso Klimt, che sembra parlare a chi osserva oggi come a chi osservava allora: «Chi vuole sapere di me, deve guardare attentamente i miei quadri».

BaNNER
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