C’è un attimo, prima del colpo, in cui il silenzio pesa più della violenza. Un attimo in cui l’uomo che colpirà non è ancora un assassino, ma qualcosa di più inquietante: è uno di noi. Da questa crepa nasce “Uomini si diventa – nella mente di un femminicida”, il reading che Alessio Boni e Omar Pedrini portano al Teatro Baretti di Mondovì giovedì 5 marzo, prodotto dal Teatro Carcano per la stagione di Piemonte dal Vivo. Sul palco, la voce di Boni e la chitarra di Pedrini attraversano i testi di otto autori uomini, in un viaggio che non racconta la violenza: la scava, la espone, la restituisce come uno specchio che non perdona.
Boni lo dice senza protezioni: «Il femminicida non è un malato: è un figlio sano del patriarcato». E allora come si porta in scena una verità così scomoda senza rifugiarsi nel mostro? «Siamo bravissimi a indignarci davanti ai casi estremi, ma quella ferocia non nasce lì. È nei padri, nei nonni, nei gesti automatici. Io voglio parlare a tutti gli uomini, me per primo». E gli esempi sono quelli che tutti riconosciamo: l’applauso alla donna che parcheggia bene, il «smettila di piangere come una femminuccia», la figlia chiamata ad aiutare la madre mentre il figlio resta seduto. «Le donne questa ingiustizia la sentono da sempre. Noi no. Per questo il progetto è scritto da uomini e interpretato da uomini: siamo noi a doverci mettere in gioco».
La sfida più dura, per un attore, è annientare il proprio giudizio. «Per interpretare questi uomini devi cancellarti. Devi credere alle loro parole più di quanto tu possa sopportare. È devastante. Mi attorciglia le budella. Ma se entra il mio giudizio, il personaggio muore». E non si parla solo di violenza fisica.
«C’è un monologo in cui l’uomo non alza mai un dito: la isola, la allontana dagli amici, dal lavoro, dalla famiglia. Lo chiama protezione. È una gabbia». In scena, questa gabbia non è mai urlata: è insinuata, normalizzata, resa inquietante proprio perché quotidiana. È la violenza che non fa rumore, quella che non finisce nei titoli dei giornali, ma che prepara il terreno a tutto il resto.
Accanto a lui, la musica di Omar Pedrini non accompagna: incide, apre, lacera. «Ho composto situazioni sonore specifiche. A volte riprendo melodie mie, trasformate in chiave teatrale. Altre volte improvviso seguendo le emozioni di Alessio. Io sono il primo ascoltatore sul palco: ascolto lui e creo l’atmosfera, tagliente quando il racconto è tagliente». La chitarra diventa un personaggio, un respiro, un contrappunto emotivo che amplifica la discesa nella mente del carnefice. Anche per Pedrini lo spettacolo è stato uno specchio: «Vengo da una famiglia patriarcale. Ci sono forme di violenza psicologica che molti uomini non percepiscono come tali. Questo progetto mi ha costretto a guardarle in faccia». Alcune frasi, ammette, gli hanno fatto male proprio perché riconoscibili, parte di un’eredità che non si sceglie, ma che si può decidere di spezzare.
Alla fine resta la domanda più difficile: come si disinnesca ciò che abbiamo interiorizzato? Boni non ha scorciatoie: «Il primo passo è ammettere che il patriarcato esiste. Che ce l’abbiamo dentro. E sai perché non lo affrontiamo? Perché per noi uomini è troppo comodo. È un piedistallo di cristallo». E quel cristallo, sul palco, si incrina. Non si rompe, non ancora. Ma vibra.
Il teatro, quella sera, non offrirà soluzioni. Offrirà uno specchio. Una ferita. Una possibilità minuscola, fragile, quasi impossibile da trattenere. Ma necessaria. Perché il cambiamento non nasce in un’ora di spettacolo: nasce dopo, quando si prova – anche solo per un istante – a guardarsi allo specchio senza scuse, e a non distogliere lo sguardo.
Nella mente del femminicida «Ecco perché gli somigliamo»
Alessio Boni e Omar Pedrini portano al “Baretti” di Mondovì il reading “Uomini si diventa”: «Dobbiamo metterci in gioco»



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