«Ci siamo chieste cosa potessimo fare prima che un ragazzo arrivasse in pronto soccorso». È da questa domanda, semplice e insieme spiazzante, che nel 2021 prende forma Spes Program. Siamo all’Università di Torino, dove il Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche incrocia il lavoro del Social Community Theatre Centre. Ma l’origine vera, racconta Chiara Davico (foto a destra), neuropsichiatra infantile e responsabile scientifica del progetto, è molto concreta: «Nasce dall’esperienza clinica, dal lavoro quotidiano con adolescenti in grande sofferenza.
All’Ospedale Regina Margherita di Torino abbiamo visto crescere le situazioni di disagio emotivo, anche con comportamenti autolesivi e tentativi di suicidio. A quel punto la domanda è diventata inevitabile: possiamo fare qualcosa prima? Spes – che in latino significa speranza – prova a intervenire proprio lì, nel “prima”. Non sui ragazzi, ma sugli adulti che li incontrano ogni giorno. «L’idea – spiega Davico – era lavorare sull’identificazione precoce dei segnali di sofferenza. Gli insegnanti trascorrono molto tempo con i ragazzi e possono accorgersi dei cambiamenti, se sanno riconoscerli e cosa fare». Quali segnali? «Non esiste un unico campanello d’allarme. Parliamo di cambiamenti nel rendimento scolastico, nelle relazioni, nel sonno, nell’umore. Un ragazzo espansivo che si isola, un calo improvviso, un’irritabilità persistente, una preoccupazione eccessiva per il corpo. Elementi che, letti dentro la sua storia, possono dirci molto». Accanto a lei, fin dall’inizio, c’è Alessandra Rossi Ghiglione (foto a sinistra), direttrice del Social Community Theatre Centre e regista dello spettacolo. «Abbiamo scelto il teatro perché permette di affrontare temi difficili senza chiudere la comunicazione. Non è una lezione, ma un’esperienza: il pubblico è coinvolto, e nei workshop anche in prima persona». Spes si articola in due formati: spettacolo di sensibilizzazione e laboratorio intensivo. «Nel workshop si lavora con il role playing, si simulano situazioni reali, si prova a gestire un colloquio complicato. È il passaggio dalla consapevolezza alla competenza». Nel tempo il progetto ha allargato i confini. Nato per la scuola, oggi coinvolge educatori, animatori, capi scout, allenatori sportivi. «Lo sport e i contesti informali sono luoghi centrali nella vita degli adolescenti. Emergono altre dinamiche, fragilità. Ogni ambiente ha un linguaggio e un equilibrio: per questo abbiamo adattato la formazione, perché fosse efficace». I numeri raccontano di repliche e workshop realizzati in Piemonte e Valle d’Aosta, con centinaia di adulti coinvolti. E i dati europei ricordano quanto il tema sia urgente: il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 19 anni, dopo gli incidenti stradali (Unicef 2024): «Sono dati che colpiscono – dice Davico – ma non devono bloccarci. Al contrario, devono spingerci a fare rete». Ed è proprio il lavoro di rete a caratterizzare l’approdo a Cuneo, con gli appuntamenti al Rondò dei Talenti e il coinvolgimento diretto della realtà sanitaria locale: Asl Cn1, Asl Cn2 e Aso Santa Croce e Carle. «Il nostro lavoro non sostituisce i servizi. Al contrario, crea connessioni. Formiamo chi può intercettare il disagio, ma è fondamentale sapere a chi rivolgersi. Senza una rete territoriale, tutto questo non avrebbe senso». Il progetto sul territorio cuneese è sostenuto dalla Fondazione Crc, che ne ha favorito l’estensione all’intera comunità educante. «Con il progetto Giovani, la Fondazione Crc ribadisce la volontà di lavorare sul target delle giovani generazioni– afferma il presidente Mauro Gola –, in collaborazione con i partner territoriali attivi sui diversi ambiti interessati. In questo quadro, lo Spes Program punta a coinvolgere tutta la comunità educante della provincia di Cuneo – insegnanti, operatori sanitari, mondo dello sport, educatori e genitori – in un percorso innovativo, finalizzato a promuovere il benessere mentale di ragazze e ragazzi della nostra comunità». «È un’opportunità importante – conclude Davico – perché permette di portare una formazione qualificata dove può fare la differenza». Con quale consapevolezza si conclude il percorso? «Arrivano spesso con paura – ammette – perché è un tema che spaventa. Ma se scelgono di esserci è perché sentono una responsabilità. Di solito escono meno soli e meno spaventati. Hanno capito che è un argomento delicato, sì, ma non indicibile. E che riconoscere un segnale, fare una domanda in più, sapere come attivare un aiuto può cambiare una storia».
Il teatro che previene «Non restiamo spettatori»
Spes Program al Rondò dei Talenti, con Fondazione Crc e la rete sanitaria cuneese, coinvolge gli adulti nella prevenzione del disagio giovanile



|
|








