Cie, scadenze e donazione: al rinnovo una scelta di vita

Dal 3 agosto addio alla carta d’identità cartacea: nella Granda il 67,1% dice sì alla donazione di organi allo sportello anagrafe

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C’è un filo sottile che unisce la digitalizzazione del Paese e il gesto più antico del mondo: donare. Nella provincia di Cuneo questo filo è diventato una trama riconoscibile, fatta di anagrafi sotto pressione, cittadini chiamati a scegliere e una sorprendente maturità collettiva. La trasformazione digitale ha una data precisa: il 3 agosto, quando la vecchia carta d’identità cartacea smetterà di avere valore. Da quel giorno, senza la Cie, non si potrà più viaggiare, accedere ai servizi pubblici, né certificare la propria identità. Eppure, almeno un quinto dei residenti non ha ancora fatto il passaggio. È una corsa contro il tempo, ma anche verso una nuova consapevolezza: perché proprio allo sportello, quando si richiede la CIE, arriva la domanda che pesa più di tutte. “Vuoi donare i tuoi organi?”. E la Granda risponde sì. In quel gesto che tiene insieme tecnologia e intimità, il clic su un modulo anagrafico diventa una dichiarazione di fiducia nel futuro di qualcun altro.

«La CIE è la porta d’ingresso alla PA digitale»
Negli uffici anagrafe la tensione è palpabile. «I Comuni stanno moltiplicando gli sforzi: open day, orari prolungati, personale riallocato» spiegano dalle strutture ministeriali che seguono la digitalizzazione del Paese. «La CIE non è solo un documento: è l’identità digitale del cittadino». Il problema resta organizzativo: poco personale, molte competenze richieste, sistemi non immediati. «Anche volendo creare task force – aggiungono – bisogna formare colleghi, abilitarli ai software, aggiornarli sulle norme. Non è solo un cambio di supporto: è un cambio di paradigma».
Mentre si corre verso il 3 agosto, si lavora anche sul fronte culturale: informare i cittadini, insegnare ad attivare PIN e PUK, trasformare la carta in uno strumento vivo. Molti non sanno di poterla usare per accedere ai servizi online, dialogare con la pubblica amministrazione senza code. «La sfida non è solo rilasciare il documento, ma farlo usare davvero». È proprio allo sportello che scatta la domanda sulla donazione. E la Granda, nonostante le difficoltà, risponde con un sorprendente 67,1% di consensi: più di Piemonte e Italia. Un paradosso virtuoso: mentre la tecnologia fatica a entrare nelle abitudini, la disponibilità a donare corre più veloce. La fila per la CIE diventa così una fila per dire sì alla vita di qualcun altro.

«Per donare non escludetevi da soli»
«Molti pensano che per donare serva essere giovani e perfettamente sani. La realtà è più sfumata», spiega il dottor Maurizio Salvatico, risk manager dell’Asl Cn1 e Coordinatore ospedaliero delle donazioni a Mondovi, uno dei quattro della provincia di Cuneo come a Verduno, Cuneo e Savigliano. «Il fegato può essere donato anche senza limiti di età, se funziona bene. Il rene fino agli 80 anni. Per cuore e polmoni i limiti sono più rigidi, ma non esiste una vera data di scadenza». Un tumore solido può escludere la donazione di organi, ma non quella delle cornee, tenute in coltura per un mese prima dell’uso. «La cornea è controllata a lungo prima dell’impianto. Questo ci permette di valutare caso per caso».
Molti si autoescludono per paura o disinformazione. «Si possono donare anche ossa, cute e altri tessuti. La regola è semplice: non escludersi da soli». La valutazione dell’idoneità è un equilibrio: un organo non perfetto può essere accettabile se il trapianto è salvavita; al contrario, i criteri diventano più severi quando non lo è. Un paziente che può andare avanti con la dialisi, ad esempio, non riceverà un rene “al limite” come chi è in condizioni disperate in attesa di un polmone. Esistono anche trapianti ponte, organi che durano poco ma abbastanza da portare al trapianto definitivo, una sorta di “ruotino di scorta”.
I numeri, aggiornati al 18 febbraio 2026, confermano la maturità del territorio: Entracque tocca il 93% di consensi, la media provinciale supera quella nazionale, e la formazione degli impiegati comunali ha migliorato il modo in cui la domanda viene posta. Non è più solo un “sì o no”, ma un momento per spiegare e togliere paure. «La donazione non è solo un atto medico: è un gesto che lascia una traccia». Una traccia fatta di lutti trasformati in possibilità, di persone che decidono di continuare a esserci anche dopo la propria morte.

«AIDO: siamo 22mila volontari, ma il territorio è enorme»
A raccontare l’altra metà della storia è Enrico Giraudo, presidente provinciale dell’AIDO. «In provincia di Cuneo siamo quasi 22 mila soci. Abbiamo undici gruppi intercomunali che coprono 247 comuni. Alba non ha un gruppo attivo: stiamo lavorando per ricostruirlo». Il protocollo firmato con la Provincia ha aperto le porte dei Comuni, ma il lavoro resta immenso: nuove comunità religiose, seconde generazioni, sensibilità diverse. «La Regione ha avviato progetti per dialogare con musulmani, ortodossi, ebrei, testimoni di Geova. Non è semplice: alcune comunità non rispondono, altre hanno regole rigide. Bisogna trovare linguaggi diversi: donare non è un obbligo, ma una possibilità».
Nelle scuole il lavoro funziona: migliaia di ragazzi incontrati ogni anno. «Hanno meno pregiudizi degli adulti. Fanno domande dirette, vogliono capire come funziona un trapianto, cosa succede dopo, chi decide – racconta Giraudo – nel mondo del trapianto la serietà del sistema italiano è evidente. In America un trapianto può costare centinaia di migliaia di dollari. In Italia è gratuito. Negli Stati Uniti puoi scalare le liste pagando. Da noi no: la selezione avviene tramite un algoritmo, senza discrezionalità». I medici piemontesi sono tra i più scrupolosi, i protocolli torinesi rigidissimi, e a cascata anche in provincia. «Dietro ogni percentuale ci sono volontari che girano scuole, oratori, sale consiliari, con banchetti e testimonianze: una presenza discreta ma costante».
In un’Italia che corre verso la digitalizzazione, la Granda mostra che la tecnologia può diventare un varco verso qualcosa di più profondo: una scelta consapevole, un gesto che parla di comunità. La Cie obbliga a dichiarare chi siamo; la donazione, chi vogliamo essere. Il primo è un atto amministrativo, il secondo intimo, ma oggi passano dallo stesso sportello.
In fondo, quello che accade oggi negli uffici anagrafe della Granda è uno specchio del tempo che viviamo: la modernità non è solo velocità, ma responsabilità. La scelta sulla donazione non è obbligatoria, e proprio per questo pesa di più. Non è un automatismo digitale, è un atto libero. E in una stagione in cui spesso si parla di disaffezione civica, quei sì registrati davanti a un monitor raccontano invece un senso profondo di appartenenza. La tecnologia, da sola, non crea comunità. Ma può diventare il punto in cui una comunità decide di riconoscersi. Qui, tra sportelli affollati e monitor luminosi, ogni clic si fa segno tangibile di partecipazione: un gesto che unisce amministrazione e vita reale, creando un ponte tra presente e futuro.
Nella Granda, tecnologia e generosità si incontrano, e quel gesto, apparentemente semplice, parlava di un racconto più grande: la provincia che non rinuncia a esserci, a sostenere chi ha bisogno, e a trasformare ogni scelta individuale in un bene condiviso.
E in questo incrocio tra identità e generosità, la provincia di Cuneo continua a distinguersi: anagrafi affaticate, volontari instancabili, medici scrupolosi e cittadini che sanno dire sì. Anche mentre corre per mettersi in regola con la digitalizzazione, non dimentica il valore più antico: lasciare qualcosa di sé agli altri. Un chip nella carta d’identità e un sì pronunciato pensando a chi verrà dopo di noi.