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Caty Torta, equilibrio in corsa «Pittura come velocità»

Dal 14 marzo al 28 giugno oltre cinquanta opere ripercorrono tra macchine, luce e visioni atomiche l’intera traiettoria creativa nelle sale di Palazzo Salmatoris

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La storia di Caty Torta comincia con un’immagine che sembra un fotogramma rubato a un film d’epoca: una donna sola, al volante di un’auto da corsa, la notte che si apre davanti ai fari, il motore che pulsa come un animale vivo. Caty non guidava per stupire, né per sfidare un mondo che non la voleva al volante. Guidava perché ne aveva bisogno. La velocità era il suo modo di respirare, di misurare la distanza tra sé e il caos, di trovare un equilibrio che non fosse mai immobilità, ma tensione pura. Quell’equilibrio che cercava sulla strada è lo stesso che avrebbe inseguito sulla tela, per tutta la vita.
La mostra “Caty Torta. L’equilibrio dello spazio”, allestita a Palazzo Salmatoris di Cherasco dal 14 marzo al 28 giugno 2026, (da giovedì a domenica 14.30 – 19.30, nel weekend anche 9.30 -12.30; ingresso libero), restituisce questa energia attraverso oltre cinquanta opere che attraversano decenni di ricerca. I curatori Cinzia Tesio e Riccardo Gattolin spiegano che oggi è necessario guardare a Torta con occhi nuovi: «La produzione artistica di Caty Torta si pone oggi come oggetto di una rigorosa rilettura critica, volta a metterne in luce non solo la rilevanza storica, ma soprattutto la profondità del pensiero visivo».
Il percorso espositivo si apre con gli anni della formazione alla scuola di Felice Casorati: opere costruite come architetture silenziose, dove la forma è un esercizio di disciplina, un modo per tenere il mondo a distanza. Ma già in queste prime tele si avverte una tensione sotterranea, un desiderio di scarto. E infatti lo scarto arriva: Parigi, la Grande Chaumière, la luce che cambia tutto. Tesio e Gattolin lo raccontano con precisione: «La luce e il colore diventano i veri e propri strumenti di liberazione». La tavolozza esplode, il segno si scioglie, la composizione si apre come una finestra spalancata. I colori non descrivono più: accelerano, vibrano, spingono.
Poi arriva la stagione della meccanica, forse la più sorprendente e la più vicina alla sua vita di pilota. Eliche, scavatori, petroliere in fiamme: non semplici soggetti, ma presenze titaniche. Le tele sembrano muoversi, avanzare, respirare. La pittura diventa motore, pistone, combustione. «La macchina cessa di essere puro strumento per divenire simbolo di una forza primordiale» osservano i curatori. È un’epica industriale, una mitologia moderna in cui la meccanica non è fredda, ma ardente, quasi spirituale. Caty non dipinge la macchina: dipinge l’energia che la attraversa.
Negli anni Ottanta, l’ultima metamorfosi: l’atomo, la particella, il microcosmo. La pittura diventa indagine, quasi esplorazione scientifica. «L’interesse si sposta verso il microcosmo della fisica quantistica: la particella infinitesimale e l’atomo divengono i nuovi protagonisti di una narrazione cosmica». È come se Caty, dopo aver attraversato la strada, la luce e la macchina, volesse attraversare la materia stessa, penetrarne il segreto. Le sue tele diventano mappe di forze invisibili, diagrammi emotivi, cosmologie intime.
In ogni fase, ciò che resta è la sua fame di equilibrio: non la quiete, ma la tensione che precede il movimento. La stessa che si avverte in un motore lanciato, quando il contagiri sfiora la zona rossa e tutto vibra in attesa del balzo.
Caty Torta ha vissuto e dipinto con questa energia: senza paura, senza esitazioni, con una lucidità che oggi appare quasi profetica. La mostra di Cherasco non è solo un omaggio: è un viaggio dentro una vita che ha corso sempre in avanti, cercando nella pittura ciò che la strada le aveva insegnato. Che l’equilibrio non è mai fermo. È una conquista. Una vibrazione. Una fiamma che non si spegne.

 

Barolo Wall: Jargon omaggia Li Bai tra poesia, arte e vino

Sabato 21 febbraio Barolo ha cambiato atmosfera. Nessun clamore, solo quella calma che arriva quando un paese decide di aprirsi a qualcosa di nuovo. Il Capodanno cinese è entrato così, con passo leggero, mentre la delegazione attraversava il Castello e il WiMu come si sfoglia una storia ancora da capire.
Fuori, il Barolo Wall attendeva un nuovo capitolo. L’artista Enrico Arfero, Jargon, ha dedicato il suo intervento a Li Bai, poeta della dinastia Tang nell’VIII secolo d.C., capace di trasformare la luna in una confidente. «Mi interessava il vino come gesto, come invito» ha raccontato Jargon. Il lavoro ha dato al muro un tono più caldo, una pausa che chiedeva attenzione.
Nel tempio dell’Enoturista l’atmosfera è rimasta semplice. «Per Barolo è stato un modo per allargare lo sguardo senza perdere se stessa» ha osservato il sindaco Mazzocchi. Anche la Barolo & Castles Foundation ha ribadito il valore dell’incontro: «Il museo vive di scambi, e il vino è uno dei più immediati» ha ricordato la presidente Allena.
La giornata si è chiusa con un brindisi che cercava connessioni più che simboli: un modo naturale
per sentirsi, per un momento,
più vicini. (l.cab.)

BaNNER
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